Lavoro: rivoluzione a tre stadi. Ma forse il razzo non partirà

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 21 Marzo 2012 13:30 | Ultimo aggiornamento: 21 Marzo 2012 13:30

ROMA – Sarà l’effetto narcotizzante del “pensiero unico” in economia, sarà la conseguenza della propaganda e della propagandata cultura “liberista”, saranno queste due cose insieme che entrambe la sinistra denuncia e combatte ma il primo stadio della rivoluzione del lavoro targata Monti-Fornero è, appare a chi scrive, un calcio negli stinchi al precariato, al lavoro precario che tutti deprecano e finora tutti si tenevano, sinistra compresa. Primo stadio che all’inizio della sua “accensione” non per caso è abbastanza poco inquadrato dall’informazione: tutti i titoli sull’articolo 18 e solo i “secondi e terzi pezzi” di quotidiani e telegiornali sulla botta che si intende infliggere al precariato. Non per caso, perché l’istinto culturale del paese, giovani a parte s’intende, è quello di guardare a ciò che si “perde” e non a ciò che si guadagna.

Far pagare di più alle aziende i contratti a tempo determinato e quindi disincentivarle almeno un po’ a far contratti precari. Stabilire che l’apprendistato è la prima stazione del contratto a tempo indeterminato, che dopo tre anni di apprendistato arriva l’assunzione. Cancellare gli stage non pagati, stabilire che le finte partita Iva sono sottoposte a doppia tagliola: se il committente paga il 75 per cento degli incassi di quella partita Iva e se questo dura per sei mesi allora è lavoro dipendente e non partita Iva. Sottoporre questo “pacchetto” ad un giovane tra i 20 e i 35 anni e vedrete l’effetto che fa: lui/lei ci sta, eccome se ci sta. E teme solo che restino parole e non diventino mai fatti. La sinistra sindacale e politica considera invece lo stesso “pacchetto” come accessorio e irrilevante, buono sì ma marginale. Insomma “quisquiglie e pinzellacchere” smontare così l’edificio del lavoro precario. Contro il precariato la sinistra sindacale e politica ha altra ricetta: mettere tutti i precari in lista d’attesa e poi assumerli tutti d’ufficio o ope legis. Sarà la narcosi del pensiero unico o l’ipnosi indotta dal liberismo ma a ci scrive sembra proprio che smontare e non deprecare il precariato è quel che dovrebbe fare per prima cosa un governo di sinistra. Un governo di sinistra non c’è e la sinistra che non è al governo preferisce manifestare e comiziare contro il lavoro precario, sporcarsi le mani a smontarlo non se ne parla. Rispetto al primo stadio della rivoluzione Monti-Fornero a fil di logica gli “indignati” dovrebbero far festa, invece manifesteranno contro il secondo stadio: la manomissione sacrilega dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Il secondo stadio: consentire alle aziende in difficoltà economica di licenziare pagando solo un’indennità al licenziato. Indennità robusta ma solo indennità. Al netto dei pur importanti distinguo tra i tre tipi di licenziamento possibile, per ragioni economiche, disciplinari o discriminatorie, il secondo stadio della rivoluzione Monti-Fornero è soprattutto libertà di licenziare se  e quando l’azienda non ce la fa più o non ce la fa più a mantenere tutti gli occupati che aveva prima. E’ certamente una “cosa di destra”, una cosa che fanno di solito i governi di destra. Con orrore e sgomento la sinistra sindacale e politica scopre che anche in Italia ci può essere una destra che fa cose necessarie prima ancora di essere giuste o ingiuste. Era abituata, si è abituata ad una destra di governo che faceva nulla e comunque mai il necessario, neanche il necessario secondo la destra. La sorpresa genera un senso di vertigine, spinge la sinistra sindacale e politica a stringere forte il corrimano e la balaustra: se governare vuol dire anche questo…no, non può voler dire anche questo.

Il terzo stadio: un sistema, un’idea di ammortizzatori sociali che in maniera “rivoluzionaria” passa dalla colla al trampolino. Finora le varie tipologie di Cassa Integrazione e Mobilità puntavano a tener il più possibile incollato il lavoratore che perde il lavoro all’azienda dove lavorava. In attesa che tornasse il lavoro o anche quando lì il lavoro non torna più. La conquista dello status di lavoratore doveva essere conservata, veniva conservata incollando il lavoratore all’azienda. Il terzo stadio della rivoluzione Monti-Fornero esplicitamente stacca la colla e tenta di costruire un trampolino: aiuto finanziario al lavoratore senza lavoro per cercarsene un altro di lavoro. E’ lo stadio più debole e improbabile: scatterebbe tra cinque anni e richiede al paese tutto una rivoluzione culturale di cui non c’è traccia e voglia. Se è peccato da parte di Monti-Fornero, è peccato di illuminismo al governo e non di liberismo governante. Infatti un sistema di ammortizzatori sociali che è trampolino e non colla è quello che in forma diversa hanno le socialdemocrazie del Nord Europa, che di fatto vige nel patto sociale in Germania e non solo nella liberista Gran Bretagna. E dovunque in Europa il costo economico di questo sistema è a carico di aziende e lavoratori, circostanza che a trasferirla in Italia sgomenta sia la destra che la sinistra, sia le organizzazioni dei datori di lavoro che i sindacati, entrambi assuefatti a pensare che debba essere sostanzialmente a carico dello Stato e dei contribuenti.

Tre stadi, rivoluzione: con un costo per le aziende e cioè la rinuncia obbligata almeno ad una dose del lavoro precario che quasi esclusivamente “somministrano” al mercato del lavoro. Con una diminuzione della protezione dal licenziamento per i lavoratori in caso di crisi o ristrutturazione aziendale. Con una scommessa azzardata sui futuri ammortizzatori sociali. Alla coppia Monti-Fornero i tre stadi sembrano garantire equilibrio alla navetta in rampa di lancio. Così non pensa e non giudica la sinistra sindacale e politica: la Cgil che proclama sciopero generale e il Pd che promette e si impegna a cambiare la rotta della navetta prima che davvero decolli.

Tre stadi, ma forse il missile non parte e sarà una fiammata a vuoto. Perché la riforma del mercato del lavoro, del precariato, delle assunzioni, dei licenziamenti diventi un fatto reale entro l’anno occorrerebbe che il governo facesse un decreto legge: sessanta giorni e il Parlamento approva o respinge. Ma se il governo accende i motori del decreto allora il Pd che tiene in mano uno dei cavi del rifornimento della navetta si brucia, le mani e forse tutto il corpo. E se il Pd si ustiona può saltare tutta la rampa di lancio, governo compreso. Se invece il governo va per via di delega, allora il Parlamento esaminerà il tutto forse all’inizio dell’estate, più probabilmente in autunno. Quando sarà corsa piena per le elezioni del 2013, quando tenere in piedi il governo sarà sempre più questione di forma e non di sostanza. e poi quanto dei tre stadi sopravviverà alla vivisezione dei provvedimenti nelle due Camere?

La rivoluzione a tre stadi può non staccarsi mai dalla piattaforma di lancio. Con tutto il suo bagaglio primario e anche con gli accessori: vietate ad esempio le dimissioni in bianco, senza data, quelle fatte firmare al momento dell’assunzione soprattutto alle donne, dimissioni su cui il datore di lavoro spesso mette la data del giorno in cui la lavoratrice resta incinta. Può non decollare perché la sinistra sindacale e politica non ci sta, trova contro natura starci. Sinistra sindacale e politica che sta mettendo se stessa nella seguente configurazione: se l’eccezione, l’esperimento, l’anomalia Monti alla fine funziona e davvero cambia più che salva il paese, allora sarà stato malgrado la sinistra. Se invece eccezione, esperimento e anomalia falliscono, si fermano, vanno a vuoto, allora la sinistra neanche questo potrà intestarsi fino in fondo. La destra, la dispersa destra, gioca infatti con due schemi: al fallimento del montismo può rispondere con una riproposizione dell’alleanza Bossi-Berlusconi. Se invece il montismo funziona, allora la destra sta allestendo un contenitore “Casini più altri”  capace di raccoglierne i dividendi sociali, economici ed elettorali.

La sinistra invece ha un solo schema di gioco: sopportare il montismo dopo averlo supportato. Sopportarlo ancora per poco, il tempo e la pazienza sono di fatto già scaduti. Sopportarlo e poi ripartire dal 1994, da prima che Berlusconi fosse Berlusconi, ripartire da venti anni fa venti anni dopo. La sinistra, per una buona metà del secolo scorso al passo con la storia, talvolta a braccetto , talvolta reciprocamente scalciando. Ma sempre al passo, fino alla fine degli anni ’80. Da allora la sinistra la storia la rincorre e un appuntamento con la storia sempre lo fissa, ma al luogo e alla data fissata uno dei due regolarmente non si presenta. Ormai non è caso o sfortuna o questione di gruppo dirigente o di popolo. Ormai è un dato di fatto. In venti anni di recente storia italiana la destra ha raccolto e prodotto i “peggiori” alla guida, anzi al comando della cosa pubblica, del pubblico denaro e dello Stato. Lo si vede nelle cronache dei governi Berlusconi, nella loro tv, nelle loro amministrazioni, nel loro “personale” politico e sociale Negli stessi venti anni la sinistra ha selezionato e promosso i “mediocri” sempre una gamba nel passato e un passo indietro rispetto alla contemporaneità. Lo si vede nei giornali alla sinistra vicina, nei loro opinion maker, nei loro “non possumus”. Gli “ottimi”, anzi gli “ottimati”, quelli che governano senza voti non sono né a sinistra né a destra, per ora. Si sono imbarcati nel razzo della rivoluzione a tre stadi che, se decolla, atterrerà in una qualche terra “di destra” e che, se resta immobile sulla rampa di lancio, ricadrà sulla testa della sinistra. Non ci voleva moltissimo a vederlo prima, bastava essere ingegneri e fisici, astronomi e chimici. Cioè, fuor di metafora, politici che dispongono delle “basi del mestiere”.