Ustica, la teoria della sfiammata non tiene: a -30, per pochi secondi?

di Pino Nicotri
Pubblicato il 18 Ottobre 2020 11:38 | Ultimo aggiornamento: 18 Ottobre 2020 11:38
Ustica, la teoria della sfiammata non tiene: a -30, per pochi secondi?

Ustica, la teoria della sfiammata non tiene: a -30, per pochi secondi?

Ustica, la “sfiammata” di un Mig fece esplodere l’aereo Itavia? Pino Nicotri smonta la nuova teoria.

In un articolo intitolato “Ustica e Bologna 40 anni dopo le stragi, una nuova “verità”. Che non convince” ho riferito di un nuovo libro sul mistero dell’aereo esploso nel cielo di Ustica. Autore del libro è Paolo Cucchiarelli. Titolo: “Ustica & Bologna. Attacco all’Italia”.

La tesi di Cucchiarelli è:

“Nessuna bomba, nessun missile: è la sfiammata di un aereo da caccia sulla cabina di pilotaggio del Dc9 ad aver inferto il primo colpo mortale all’aereo, togliendo immediatamente la vita ai due piloti”.

Questo perché:

“L’aereo dell’Itavia (abbattuto sopra Ustica) trasportava due barre di uranio e per questo è stato tirato giù. Le fotografie dei vetri della cabina, dissolti e accartocciati dalle bruciature, mostrano chiaramente che la parte anteriore è stata carbonizzata”. 
 
La teoria della “sfiammata” non mi convince. E vi spiego perché. Facciamo l’ipotesi che sia arrivata da un aereo che venisse dalle sue spalle. E pilotato in modo più che acrobatico abbia superato il DC9. Sfiorandolo in modo da poter “sfiammare” la cabina. Per quanto tempo il getto incandescente dell’aggressore avrebbe investito la fusoliera del velivolo civile? Cucchiarelli lo “rivela” in un’altra intervista. Questa volta al giornalista Pietro Andrea Annicelli: qualche decina di secondi. 
 
Per essere di manica larga, facciamo 3 o 4 decine di secondi, cioè ben 30 o 40 secondi? In 30 secondi il velivolo killer sarebbe stato già ad oltre 8 km dal DC9 e a quasi 12 nel caso di 40 secondi.
 
Inoltre la lunghezza della fiamma del postbruciatore non supera mai i 5-6 metri. Perciò nelle più ottimistica e benevola delle ipotesi lambirebbe i vetri della cabina per più o meno 2 decimi di secondo. Data anche la temperatura a 30 gradi sotto zero, perderebbe efficacia in tempi rapidissimi. Motivo per cui ai vetri della cabina del DC9 non gli farebbe neppure il classico baffo. 
 
Peraltro di un nesso tra la tragedia di Ustica e quella di Bologna se ne parla fin dal 1994. Grazie a un articolo di Andrea Purgatori sul Corriere della Sera del 12 luglio. Ma le prove? Solo quelle tirate molto per i capelli. Ma della chioma di un calvo. 
 
E così, tra il grande esperto USA John Macidull – che sostiene la tesi dell’abbattimento con un missile sparato a bella posta da un aereo in volo supersonico. E i grandi esperti Frank Taylor, inglese, e Ermanno Mazzocchi, italiano – che sostengono invece la tesi della bomba nascosta nella toilette di destra in fondo al DC9. Per il mistero di Ustica la magistratura italiana ha condotto un’attività di indagine durata decenni.
 
Al processo di primo grado si è arrivati con due milioni di pagine istruttorie, 4.000 testimoni, 115 perizie, un’80ina di rogatorie internazionali, 300 udienze  300 miliardi di lire di sole spese processuali.
 
Senza contare il processo d’appello, quello in Cassazione. E la riapertura delle indagini dovuta all’affermazione dell’ex presidente della repubblica  Francesco Cossiga, capo del governo all’epoca della tragedia del DC9. Disse di avere saputo subito dai nostri servizi segreti che l’aereo dell’Itavia era stato abbattuto da un missile sparato da un caccia partito dalla portaerei francese Clemenceau.
 
Cosa che peraltro sospettai anch’io (figlio e nipote di militari dell’Aeronautica Militare, per giunta da sempre col pallino anche dei missili) analizzando il comunicato stampa del comando navale francese. Il comunicato negava che a bordo della Clemenceau mancassero esemplari dei vari tipi di missili in dotazione. Ma non nominava un tipo di missile.
 
Segnalai la strana omissione all’allora direttore de L’Espresso, Livio Zanetti. Egli però ritenne l’indizio troppo labile per poterci scrivere un articolo. Molti anni dopo Cossiga, nel corso di una telefonata su alcuni argomenti, si complimentò per il mio intuito.