Juve eliminata, “non vinceremo per anni”. E Conte ha ragione

di Renzo Parodi
Pubblicato il 12 Aprile 2013 6:32 | Ultimo aggiornamento: 12 Aprile 2013 1:27
Antonio Conte

Antonio Conte (foto LaPresse)

TORINO –  “La verità mi fa male…”, cantava Caterina Caselli, detta Casco d’oro. La verità l’ha detta Antonio Conte, che quanto a chioma non scherza, a caldo dopo la lezione di calcio impartita dal Bayern Monaco alla Juventus. Non sarà mai candidato al premio simpatia, il tecnico della Juve, ma non ha paura di dire ciò che pensa. E il suo pensiero esprime una verità inconfutabile, ancorché dura da digerire. Il calcio italiano perde posizioni (è scivolato all’ottavo posto nel ranking Uefa). Osserva Conte: «Non vedo la possibilità di un successo in Champions di nessuna squadra italiana per molti anni. Si è creato un gap enorme».

L’atto di accusa è pesantissimo e documentato: “Mi viene da ridere quando sento che con due o tre acquisti si possa vincere la Champions. Il calcio italiano è fermo e questo deve essere chiaro a tutti. All’estero fanno investimenti e progetti, da noi si parla di arbitri e della soubrette con la quale esce un giocatore. Quando vinsi la Champions con Lippi, la squadra di riferimento era l’Ajax, che lavorava con i giovani. Adesso l’Ajax non esiste: ci sono le superpotenze come Real, Bayern, Barcellona, Psg, squadre che hanno un fatturato di oltre 400 milioni. Io credo che tutti insieme dobbiamo cambiare il calcio italiano: e quando dico tutti penso a noi, alle società, ai tifosi, ai media, alle istituzioni. Altrimenti non si va da nessuna parte. L’ultima coppa l’ha vinta l’Inter tre anni fa. L’ultima semifinale a quando risale? E’ meglio guardare alla realtà, invece di pensare alle fesserie”.

Ben detto. La realtà, perfettamente fotografata dalla doppia sfida tra le squadre di Heynckes e di Conte finite 4-0 per i tedeschi, rispecchia la differente forza economica e finanziaria tra il club bavarese, da anni ai vertici europei, e la Juventus, che pure è la società italiana di punta. Nella stagione 2012/2013 il club bavarese ha registrato ricavi per 332, milioni di euro, la Juventus per 213,8 milioni. L’incremento è stato rispettivamente del 14% e del 24,2%. Ma è il delta dei ricavi da stadio che segnala il gap del quale parla Conte. Il Bayern ha contato 129,2 milioni di euro, la Juventus (sebbene sia proprietaria dello stadio) appena 31,8 milioni. Le entrate commerciali sono state di 139,7 milioni per il Bayern e appena 73 per la Juve. Le proporzioni si invertono a favore del club italiano soltanto alla voce diritti tv: la Juve ha incassato 90,6 milioni, il Bayer 37,6 milioni di euro.

Gli ultimi dati disponibili (I° semestre 2012/2013) indicano un miglioramento dei conti della Juventus. L’utile si è chiuso con un + 13,1 milioni che evidenzia una variazione positiva di 45,9 milioni rispetto alla perdita di 34,6 milioni dell’ analogo periodo dell’esercizio precedente. La campagna acquisti estiva si era chiusa con uno sbilancio negativo di 47,4 milioni di euro, l’impegno finanziario netto, ripartito in tre esercizi, è stato pari a 43,1 milioni. Sempre nel primo semestre, i ricavi sono stati di 149,1 milioni, i costi di 101,9 milioni. L’indebitamento finanziario netto è di 149,6 milioni a fronte di un patrimonio netto di 75,7 milioni. La sponsorizzazione della Jeep (gruppo Chrysler) frutta 35 milioni in tre anni. I 27.400 abbonamenti hanno prodotto quasi 20 milioni di euro di incasso, con un incremento del 30% rispetto all’anno precedente.

Il confronto potrebbe valere anche con gli altri club europei di vertice Real Madrid, Barcellona (la Spagna comanda sempre la graduatoria Uefa) e Psg. L’Inghilterra schiera le due squadre di Manchester, il Chelsea del tycoon russo Abramovich e conta sul migliore equilibrio all’interno dei ricavi che in Italia sono nettamente sbilanciati sui diritti televisivi. L’Italia è il quarto paese al mondo per canali televisivi dedicati allo sport, in realtà principalmente se non quasi esclusivamente al calcio.

La sola serie A italiana ha accumulato 2 miliardi e 900 milioni di debiti e tuttavia il livello degli introiti non è ancora sufficiente a permettere al calcio professionistico italiano di portare il proprio risultato netto in positivo (-388 milioni è il rosso della stagione 2011-2012). Quanto meno ha consentito di invertire la tendenza rispetto al deficit dell’ anno precedente (-430 milioni). Per la sola Serie A il risultato netto è passato da -300 milioni a -281 milioni, i debiti saliti dell’8,8%.. I diritti tv continuano a rappresentare la principale fonte di ricavo dell’industria calcio (990,7 milioni nel 2011-2012), pari a circa il 37% del totale del valore della produzione, ma la sostenibilità dei conti poggerà in futuro per buona parte sul costo del lavoro, tornato a salire, sia pure in misura ridotta (+3,4% a 1.505 milioni, e quasi tutto imputabile al costo dei cartellini dei calciatori).

Parte del calo della serie A, scrive il Report Calcio presentato pochi giorni fa dall’ufficio studi della Federcalcio, è imputabile all’inadeguatezza degli impianti italiani: i 36 impianti che hanno ospitato gare di Serie A e B, hanno un’età media di 57 anni e 15 non hanno i requisiti medi per accedere alla più bassa categoria Uefa. La Juventus è l’unico club professionistico italiano che gioca in uno stadio di proprietà. Lo stadio è un asset che assicura un vantaggio economico evidente (per la Juve, come abbiamo visto lo stadio ha fruttato 31,8 milioni di euro). Se poi la Juventus decidesse di vendere il nome del suo impianto (come hanno fatto l’Arsenal e il Manchester City) gli introiti dei diritti schizzerebbero ancora verso l’alto.

I diritti tv centralizzati (legge Melandri) hanno comportato un incremento dal 25% al 27% dei ricavi, ma gli esperti fanno notare che sarebbe forse opportuno accostarsi al modello inglese. Nel Regno Unito non vengono trasmesse tutte le partite della massima serie, come accade in Italia e questo si riverbera sulle presenze allo stadio che in Italia mostrano qualche lieve incremento ma, come testimoniano gli endemici larghi vuoti negli stadi, sono lontani dalle percentuali, vicine al sold out (il tutto esaurito), che allietano gli impianti inglesi. In Inghilterra e in Germania la percentuale di occupazione degli stadi si aggira attorno al 90% . In Italia oscilla sul 60%. E il dato spiega tutto. O quasi.