Repubblica, dietro le quinte. Turani spiega 40 anni di storia…e auguri a Molinari

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 24 Aprile 2020 14:01 | Ultimo aggiornamento: 24 Aprile 2020 14:01
Repubblica, dietro le quinte. Turani spiega 40 anni di storia...e auguri a Molinari

Repubblica, dietro le quinte. Turani spiega 40 anni di storia…e auguri a Molinari

Al netto della buona vita che conduce, deve esserci uno spirito maligno che accompagna Carlo De Benedetti.

Ricordo come fosse ieri le decine di pranzi in cui mi spiegava che la Fiat era di fatto già fallita.

Ma che lui, al richiamo di Gianni Agnelli non aveva potuto resistere.

E quindi aveva accettato di fare l’amministratore delegato, sia pure un po’ a mezzadria con Umberto Agnelli.

Insomma, quasi spirito di sacrificio, soprattutto nei confronti di Umberto Agnelli, suo ex compagno di scuola

A quei tempi, 1976, l’Ingegnere era noto per essere stato uno dei primi a aprire ai comunisti e era considerato l’erede delle sostanze (in parte), ma soprattutto del potere che gli Agnelli avevano avuto sulla società italiana.

Insomma, loro dinastia consunta e al tramonto, lui dinastia emergente.

In Fiat, va detto, l’hanno tenuto cento giorni in tutto, poi lo hanno strapagato e se ne sono liberati.

Motivo: andava in giro spiegando a tutti di essere già il più grande azionista singolo della Fiat (gli Agnelli era raccolti in società per azioni).

In più, circolavano indiscrezioni giornalistiche secondo le quali stava scalando la Fiat per diventarne il vero proprietario e cacciare i rentier di casa Agnelli.

Probabilmente era un cattivo psicologo o non aveva capito alcune cose.

Gianni Agnelli e suo fratello non sono mai stati due grandi lavoratori, ma avevano una cosa che non andava toccata: la Fiat, appunto.

Un po’ perché l’aveva creata il nonno (un nonno talmente speciale che era arrivato a togliere la patria potestà alla mamma, vedova del figlio Edoardo, morto in un incidente).

E un po’ perché hanno sempre saputo che il loro potere in Italia e nel mondo derivava dal controllo della Fiat.

Il jet privato dell’Avvocato, come è noto, correva sulle rotte militari della Nato per fare prima.

Quando capiscono che De Benedetti ha idea di assaltarli, non hanno nemmeno bisogno di riunirsi: la decisione è di cacciarlo via di corsa, e questo accade.

Lo riempiono di soldi, ma con lui hanno chiuso.

L’Ingegnere, che è uno che non si arrende mai, compra una vecchia conceria (ma quotata in Borsa), la Cir, e la trasforma in una holding che fa varie cose di medio interesse.

E che tenta, soprattutto, la scalata alla Belga SGB, un gioiello.

L’impresa, però, solleva contro di lui tutta la finanza europea, che lo lascia correre e che assiste serenamente al suo disastro. Perde.

A questo punto di prede golose in giro non ce ne sono quasi più e, soprattutto, certi finanziatori che stavano alle sue spalle cominciano a defilarsi.

Per fortuna, sua, arriva l’offerta di Caracciolo e Scalfari di comprare Repubblica e tutto quello che essa si porta dietro (giornali locali, e radio).

Scalfari e Caracciolo vogliono vendere, un po’ per capitalizzare il lavoro di una vita (100 miliardi di lire, al primo e 400 al secondo).

E l’Ingegnere, che ormai tutti chiamano Cdb, diventa padrone del gruppo editoriale più smart e più promettente del momento.

C’è subito una delusione, ma la maschera bene: Caracciolo e Scalfari non lo lasciano comandare.

È il proprietario, ma non conta nulla. E non conterà mai nulla. È una specie di pennacchio.

La situazione sembra sbloccarsi quando Caracciolo muore e Scalfari si ritira.

Solo che ottiene di poter firmare, a vita, l’editoriale in prima pagina alla domenica: e quella è la linea.

Alla fine, probabilmente, si rende conto anche lui che si è cacciato in una trappola e quindi i figli lo convincono a vendere tutto agli Agnelli, gli odiati Agnelli, che lui doveva estromettere dalla storia italiana prendendone il posto.

E gli Agnelli, ovviamente, si divertono a cambiare i direttori, come si usa in questi casi.

Hanno in mano un impero editoriale, se lo vogliono tenere e lo vogliono gestire.

E il direttore che hanno scelto per Repubblica, Maurizio Molinari, è certamente uno dei migliori sulla piazza.

Non rifarà Scalfari, non è il tipo, ma farà un buon giornale.