Federalismo canaglia, più tasse per tutti

di Riccardo Galli
Pubblicato il 8 Luglio 2014 11:11 | Ultimo aggiornamento: 8 Luglio 2014 11:11

Federalismo canaglia, più tasse per tuttiROMA – Comune che vai, tassazione che trovi. Che il federalismo fiscale abbia portato in dote un generalizzato aumento delle imposte è cosa ben nota ai contribuenti italiani. Quello che è forse meno noto è che l’aumento è tutt’altro che omogeneo e, ad esempio, a Roma e Milano si pagano molte più tasse che a Cuneo o Gorizia.

“Un piccolo imprenditore milanese quest’anno smetterà di lavorare per pagare le tasse il 27 agosto – scrive Andrea Rossi su La Stampa -. Un torinese tre giorni prima, il 24. A quel punto avrà poco più di quattro mesi per occuparsi di se stesso e del proprio profitto. Se però la sua attività fosse insediata altrove, potrebbe chiudere i suoi conti con il Fisco anche un mese prima. A Cuneo, il suo ‘tax free day’, il giorno in cui si libera dalla morsa dello Stato, sarebbe addirittura il 25 luglio, a Gorizia e Sondrio il 28. In fondo, è meglio che non si lamenti. Potrebbe andare peggio: ad esempio, i suoi colleghi romani o bolognesi annasperanno fino al 29 settembre, come i fiorentini e i reggini; i cremonesi fino al 17, i biellesi all’11. Il più grande prestigiatore di questi ultimi anni è stato il Fisco: tra i 2007 e il 2014 lo Stato ha eliminato ai Comuni trasferimenti per 7,5 miliardi. E i sindaci si sono rivalsi su cittadini e imprese, aumentando le imposte locali. Ovviamente per 7,5 miliardi. I presidenti di Regione, poi, ci hanno messo del loro, facendo lievitare le addizionali Irpef di 2,4 miliardi. Risultato: non solo il macigno fiscale sulle imprese si è appesantito (la pressione sui profitti delle aziende è passata dal 59,1% del 2011 al 63,1 del 2014), ma soprattutto si è diversificato da regione a regione e, ancor di più, da città a città, producendo grossolani squilibri anche a distanza di pochi chilometri, realtà dove mantenere un’attività è diventato un atto d’eroismo più che una scommessa”.

“Il principio del federalismo fiscale – dice Roberto Calderoli – si basa sulla buona amministrazione. Sono un bravo sindaco? Gestisco bene la mia amministrazione? Se sì, spendo poco, riesco a tenere le aliquote basse e attiro imprese sul mio territorio”.

Secondo il ‘padre’ del federalismo questa tassazione a macchia di leopardo è quindi un’opportunità sia per le aziende, che possono andare in cerca del comune a loro più favorevole, sia per i comuni, che possono attirare aziende ed aumentare così i loro introiti. Una tesi che non tiene però conto di almeno un paio di elementi, primo fra tutti il fatto che i comuni non sono tutti uguali, non hanno ad esempio le stesse infrastrutture e, cosa più importante, che questa disparità di trattamento non giova certo alla concorrenza, penalizzando alcuni e privilegiando altri.

L’osservatorio permanente degli artigiani di Cna sulla tassazione delle piccole e medie imprese mostra un’Italia fortemente condizionata dalle differenti imposizioni fiscali, dove un artigiano romano perde per strada (lasciandoli a Stato, regione e comune) il 74,4% dei suoi profitti, un milanese il 65,1% e un cuneese il 56,2%.

“Fino al 2011 – spiega ancora Rossi – il quadro era molto più uniforme. Poi è arrivata l’Imu. Dopo ancora la Tares, che oggi si chiama Tari. Infine la Tasi. E una quota sempre più consistente della leva fiscale è passata nelle mani dei sindaci. Doveva essere il principio base del federalismo: il risultato, per ora, è un feroce e diffuso aumento della pressione fiscale. Ma non dappertutto. O, almeno, non con le stesse dimensioni. Ad esempio, a Roma, il Comune fa pagare alle aziende 8 mila euro di Imu (o Tasi) e 6 mila di tassa rifiuti, Bologna tartassa i fabbricati (10.700 euro) ma è meno esosa sull’immondizia (2.700). Sommando le imposte, parliamo comunque di 13-14 mila euro, mentre Cuneo si accontenta di 2.600 euro in tutto, Arezzo di nemmeno 4 mila. Reggere la concorrenza, con disparità così macroscopiche, diventa una chimera. Tre anni fa non c’era poi tutta questa differenza: il carico fiscale su un’azienda romana era il 65,7%; per una partita iva cuneese, all’opposto della classifica, era il 55,3%. La situazione del cuneese non è cambiata granché – anche se di certo non è migliorata -, in compenso i romani sono rimasti strangolati: per loro la pressione del Fisco è cresciuta del 10%. E il gap con i territori che meno s’accaniscono sui contribuenti è raddoppiato. In un certo senso chi fa impresa là dove i tributi locali sono fortemente aumentati è penalizzato due volte: dall’eccessivo peso fiscale che grava su tutte le aziende italiane, e dalla particolare condizione del suo comune. Gli basterebbe, ad esempio, trasferirsi da Firenze ad Arezzo per intascare 700 euro in più al mese. O, se volete, per pagare 700 euro in meno di tasse”.

Che sia giusta la tesi di Calderoli o che sia, al contrario, vero che questa disparità penalizza le aziende, quello che è certo è che il federalismo fiscale, che si doveva tradurre in un alleggerimento del peso del fisco, e anche in una sua redistribuzione più equa, si è risolto nel suo esatto opposto. E lo ha fatto, per di più, riuscendo nell’impresa quasi unica di scontentare tutti, in primis i contribuenti che hanno visto il loro debito col fisco aumentare di anno in anno e, in secundis, Stato ed Enti Locali, con il primo che ha visto ridurre le sue entrate e i secondi che non smettono di lamentarsi dei minori trasferimenti pur aumentando aliquote e tasse varie ad ogni occasione.