Conti in Svizzera, anonimi mai più. Rischi blocco. O fuggi là dove puoi perderli

di Riccardo Galli
Pubblicato il 24 febbraio 2015 15:04 | Ultimo aggiornamento: 24 febbraio 2015 15:04
Banca Hsbc, una filiale di Ginevra

Banca Hsbc, una filiale di Ginevra (foto Lapresse)

ROMA – Quando la filosofia greca coniò il concetto del ‘panta rei’, cioè del tutto scorre e tutto si trasforma, non immaginava certo che questo tre millenni dopo potesse essere associato alle banche svizzere e alla loro politica. Ma fedeli al concetto del tutto si trasforma, anche queste stanno ora cambiando pelle perdendo la caratteristica che per circa un secolo le ha definite: la segretezza, condizione indispensabile per gli evasori di tutto il mondo.

Tecnicamente già da oggi un conto in una banca svizzera, un conto anonimo è indagabile dl fisco italiano. I conti anonimi in Svizzera su cui per decenni commendatori della Padania, avvocati della capitale, piccoli imprenditori del Veneto, professionisti campani e pugliesi, possidenti sardi e siciliani, commercialisti e notai piemontesi, insomma tutti quelli che in Italia avevano “grana”, hanno depositato mezzo, uno, due e anche dieci milioni di euro (prima erano miliardi di lire) non ci potranno essere più. Quindi che fa ora chi i soldi ce li aveva là, non il piccolo evasore e neanche quello grande grande, ma, diciamo, il ceto medio dell’evasione che fa?

O riporta i soldi in Italia, evita i controlli del fisco, paga le tasse pregresse, evita le multe e le sanzioni, dribbla il resto di autoriciclaggio, insomma gli conviene ma deve sborsare. Oppure resta dove stava provando a diventare lui stesso svizzero ma rischia che la banca il conto non “chiaro” glielo blocchi. Oppure parte per altro paradiso fiscale dopo che quello svizzero si è chiuso. Ma dove? Montecarlo, Singapore..? Niente, là dove i conti restavano anonimi ma non rischiavano di sparire stanno tutti e ovunque facendo come la Svizzera, non collaborano più con l’evasore medio. Si può andare nel “terzo mondo della finanza2, là dove resti anonimo, al riparo dal fisco italiano ma esposto alla, diciamo così, “gestione patrimoniale” di governi, regimi e società instabili. Quasi come giocarseli al Casinò i milioni sottratti con il sudore della fronte al fisco italiano.

Grazie all’accordo appena siglato tra Roma e Berna infatti, la Svizzera non è più un porto sicuro nemmeno per gli evasori italiani. Ma quel che è peggio, almeno dal punto di vista dei furbetti nostrani, è che i porti sicuri stanno velocemente sparendo in tutto il mondo, e presto gli unici porti dove depositare i capitali illeciti saranno porti dall’alto rischio.

Per decenni i governi di tutto il mondo, e in particolare i nostri, hanno di fatto tollerato l’evasione e permesso a realtà come la Svizzera di fare affari grazie all’ospitalità che davano a tutti i depositi, senza mai domandare da dove e come fossero arrivati. Ora però l’aria è cambiata. Soldi non ce ne sono più e l’ultima crisi ha di fatto costretto i governi di tutto il mondo a stanare gli evasori per recuperare i fondi perduti.

La prima, e soprattutto più pesante mossa, è arrivata dagli Stati Uniti. Come spiega Federico Fubini su Repubblica, “l’attacco del fisco americano a Ubs e la chiusura forzata della banca Wegelin, la più antica della Confederazione, hanno obbligato i gestori di fortune ad arrendersi alla realtà: cooperare con gli evasori, oppure ospitare in segreto patrimoni di origine criminale, ha un prezzo superiore ai guadagni che garantisce. Negli ultimi cinque anni vari banchieri svizzeri sono stati arrestati durante le loro missioni negli Stati Uniti e condannati a pene esemplari. Dopo la crisi finanziaria del 2008, per loro il costo della collusione è diventato intollerabilmente alto”.

Dopo Washington anche Berlino, Madrid e tutti gli altri, Roma compresa, hanno rivisto i loro rapporti con la Svizzera ma non solo con questa. Giusto ieri è stato firmato l’accordo con Berna, che anche se deve ancora essere ratificato dai due parlamenti e sottoposto a referendum in Svizzera, che passerà senza problemi perché in caso contrario le banche elvetiche sarebbero cacciate niente meno che da Wall Street, simili patti sono in via di definizione con Montecarlo, Liechtenstein, Singapore e via dicendo.

Una buona notizia per chi le tasse ha sempre pagato e per chi di affari leciti ha sempre vissuto. Ma per chi queste regole di convivenza civile non ha seguito, si pone ora un problema letteralmente drammatico. Di fatto, l’unica soluzione ‘buona’ per l’evasore italiano incallito è infatti quella di salutare parenti e amici e trasferirsi dove sono i suoi soldi, in Svizzera. Come detto infatti i paradisi fiscali stanno sparendo, e quelli rimasti a garantire l’anonimato comportano una percentuale di rischio non indifferente. La Serbia è per esempio un posto ancora sicuro, ma certo le banche di Belgrado non danno la stessa sensazione di sicurezza di quelle elvetiche. Oltre a questo, chi dalla Svizzera non fosse già sfuggito, rischia ora di trovarsi fuori tempo massimo e di non potere spostare più i suoi soldi, nemmeno accettando il rischio.

“È il caso degli evasori in trappola – spiega ancora Fubini -: cittadini italiani beneficiari di importanti patrimoni arenati nei conti svizzeri, perché le banche rifiutano di restituirli ai proprietari. Tutt’al più vengono loro permessi ritiri da poche migliaia di franchi, mentre centinaia di conti multimilionari restano congelati. (…) I banchieri ticinesi stanno rifiutando di eseguire gli ordini di quei clienti, perché il reato di autoriciclaggio è strutturato in modo tale che essi stessi rischierebbero di finire sotto accusa. Per loro è legale trasferire i fondi di questo tipo di clientela solo verso Paesi dove vige una totale trasparenza dei conti: esattamente ciò che i depositanti non vogliono. Per i banchieri svizzeri il solo modo per sottrarsi alle accuse è rispondere all’ingiunzione di un giudice locale di inviare somme a Dubai o Panama”.

Esiste, è vero, una terza via. Via che deve essere però particolarmente indigesta a chi per una vita ha fatto di tutto per fregare il fisco, ed è la via della ‘Voluntary disclosure’. Una soluzione che permette di rimpatriare le somme depositate all’estero e mai denunciate cancellando ogni addebito. Ma la penale da versare al fisco italiano non è più risibile come quella offerta dallo scudo varato dalla coppia Berlusconi-Tremonti, e può variare fra il 5% del totale per patrimoni più antichi (e non più alimentati da tempo) a quasi il 90% per conti recenti e oggetto di continui versamenti.