Chiami Sinpa? Risponde Rosy. Le dimissioni nella Lega? Solo di facciata

Umberto Bossi e Rosy Mauro (Lapresse)

ROMA – Rosy Mauro, espulsa all’unanimità dalla Lega, dopo una grave e dura analisi interiore ha deciso di fare un passo indietro: ha lasciato l’incarico di vice presidente vicario del Senato. O meglio, ha rinunciato al ruolo di “vicario”, cioè numero due del presidente Schifani, ma è rimasta senatrice e vice presidente di palazzo Madama, con stipendi ed indennità varie ovviamente. Se poi si telefona al SinPa, il “sindacato padano” da lei presieduto, si apprende da una “cortese segretaria”, come la definisce il Sole 24 Ore, che la Mauro è ancora al suo posto e anzi sta organizzando la festa del 1 maggio con i vertici leghisti. Espulsa quindi, ma un espulsione che vale qualche titolo di giornale e nulla più.

La pasionaria però, la badante di Umberto Bossi come è stata definita, non può certo essere considerata una mosca bianca in casa Lega. Le “dimissioni di facciata” sembrano infatti essere un marchio di fabbrica del partito di Bossi, a cominciare proprio dal suo ex segretario che, all’indomani dello scoppio dello scandalo Belsito, si è sì dimesso da segretario, divenendo però presidente della Lega. Da segretario eterno a presidente a vita in poche ore. A parte i titoli dei giornali e gli annunci agli elettori leghisti, il cambio non significa pressoché nulla. Il Senatur era e rimane saldamente al vertice del partito da lui creato. Alla faccia del buon esempio.

Fra dimissioni “finte”, respinte e nemmeno presentate tra gli uomini di via Bellerio ce n’è per tutti i gusti. A gestire le casse della Lega infatti, oltre al silurato tesoriere Belsito, c’erano anche altre due persone: Roberto Castelli e Piergiorgio Stiffoni. Dimessi? Niente affatto. Senatori prima, senatori ora. Il primo, Castelli, è passato da inondare i salotti televisivi con la sua presenza ad un più composto basso profilo. Non si vede più ma è sempre lì, in attesa che passi la tempesta. Stiffoni invece, uomo meno popolare, non ha invece cambiato una virgola. Era ed è senatore. Alla faccia dei diamanti, dell’oro, degli investimenti in Tanzania e dei “benefit” concessi al Trota.

Trota che, paradossalmente, insieme a Francesco Belsito è stato l’unico a pagare e dimettersi sul serio. Loro, quelli che potrebbero esser considerati i “pesci più piccoli”, hanno pagato e si ritrovano ora senza poltrona. Gli altri, i loro “capi”, sono invece serenamente al loro posto. Inamovibili come Roberto Calderoli: “Volevo dimettermi, ma Bossi e Maroni non hanno voluto” ha detto. A Calderoli la Lega pagava, con i soldi pubblici, l’affitto di una bella casa al Gianicolo. Non esattamente quella che a Roma è considerata zona disagiata. A lui pagavano casa, lui voleva dimettersi e, forse a sua insaputa, si è ritrovato triumviro, incaricato di gestire la transizione della Lega verso lidi più sereni e più seri.

A Napoli, questo modo di fare, si chiama “ammuina”: ci si sposta, ci si scambia di posto e ruolo per lasciare alla fine tutto immutato. Pratica che, in casa Lega, sembrano aver fatto loro, Umberto Bossi docet.

 

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