Il sogno dei tre sindacati: accorciare il tempo di Monti

di Riccardo Galli
Pubblicato il 22 Giugno 2012 12:52 | Ultimo aggiornamento: 22 Giugno 2012 13:21

Elsa Fornero

ROMA –Accorciare la vita del governo Monti è la tentazione del Pdl, ma è soprattutto il sogno dei sindacati, tutti e tre, Cgil, Cils e Uil. Del governo le tre Confederazioni sono in maniera esplicita e dichiarata i più fieri avversari. Per ragioni di metodo e cultura: Camusso, Bonanni e Angeletti non perdonano al governo la mancata “concertazione”, cioè il non fare leggi se i sindacati non le hanno prima vistate e passate. E per ragioni di merito e sostanza: attraverso la breccia, incautamente lasciata aperta dal governo, degli esodati i sindacati puntano a neutralizzare buona parte della stessa riforma delle pensioni: se quattrocentomila italiani hanno la garanzia che andranno in pensione con le vecchie regole l’obiettivo è più o meno raggiunto. E sono ancora i sindacati a far muro preventivo contro la spending review, la revisione della spesa pubblica. Nessun taglio nella Pubblica Amministrazione e giù le mani dagli indicatori di reddito che danno accesso a sconti e agevolazioni. Insomma la spesa pubblica si riveda, si tagli ma non nel “giardino” dei sindacati. E soprattutto prima Monti finisce e meglio è per Cgil, Cisl e Uil.

Tra governo e sindacati non corre buon sangue. Condizione storicamente accettata ma che in questi giorni, in Italia, si sta aggravando e avvitando intorno a due nodi principali: gli esodati e la spending review. Se nel primo caso “l’astio” sindacale nei confronti dell’esecutivo è facilmente comprensibile (anche se molto c’è da dire sui numeri su cui verte la questione), meno immediata è la comprensione delle ragioni che fanno della spending review un altro terreno di scontro. Razionalizzare la spesa e ridurre gli sprechi dovrebbe infatti essere, per tutti, la classica “cosa buona e giusta”. I sindacati però vedono e denunciano un accanimento dei tagli nei confronti del pubblico impiego.

Il governo aveva indicato in 65 mila il numero di lavoratori esodati, cioè che rischiano di restare in un limbo tra lavoro e pensione privo di stipendio, e li aveva “salvati” attraverso un decreto ad hoc. Sotto la pressione soprattutto del Parlamento ha poi l’esecutivo allargato la platea di quanti sarebbero stati tratti in salvo da quel limbo sino ad un totale di 120 mila individui. Eppure le stime fatte dall’Inps e dai sindacati parlano di quasi 400 mila lavoratori a rischio limbo. Come è possibile una simile distanza di cifre?

Il ministro Fornero ha definito i dati diffusi dall’Inps “parziali e fuorvianti”. Parziali perché accanto ai numeri mancava la spiegazione di cosa quei numeri indicassero, e fuorvianti perché davano e danno un quadro inesatto della situazione. I sindacati difendono quei dati come oro colato.

A provare a far chiarezza ci ha provato la stessa Fornero in Parlamento e La Stampa di oggi che racconta come in quei 390 mila potenziali esodati siano inclusi anche lavoratori “cessati”, cioè che hanno già lasciato il lavoro alla fine del 2011, lavoratori in mobilità e in mobilità lunga, altri che hanno ottenuto il supporto di fondi di solidarietà nell’ambito di accordi per esempio con le Poste. E poi gli esonerati, i lavoratori autonomi che devono ancora finire di versare i contributi per raggiungere il minimo contributivo e i genitori di disabili in congedo. Al netto di questi dai dati dell’Inps restano meno di 250 mila lavoratori, tra cui molti che matureranno i requisiti per la pensione dopo il 2019.

I sindacati vorrebbero salvarli tutti. Idea e obiettivo forse lodevoli ma che equivalgono a cancellare di fatto la riforma pensionistica varata dal governo. Una legge che consenta anche a chi andrà in pensione tra quasi dieci anni di usufruire delle vecchie regole significa infatti, se non una cancellazione, quantomeno un dimezzamento della riforma appena varata.

E poi la spending review: “No ad un intervento unilaterale, il confronto è urgente”, ha detto Susanna Camusso, leader della Cgil. “Monti ci convochi, basta con terrorismo e irresponsabilità, il paese sta morendo di salassi”, ha aggiunto il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. “Se si taglia solo il pubblico impiego sarà scontro sociale”, ha avvertito Luigi Angeletti, numero uno della Uil in una ritrovata unità sindacale. Preoccupati, i sindacati, che i tagli riguardino solo il pubblico impiego. Anche se risulta difficile immaginare cosa una revisione della spesa pubblica debba tagliare se non il settore pubblico. Certo, hanno ragione i sindacati a dire che non devono essere penalizzati i lavoratori, che vanno tagliati gli sprechi prima di tutto. Non è però un segreto che esiste anche uno “spreco” di lavoratori all’interno della PA.

Infine la revisione dell’Isee, cioè dello strumento di calcolo per accedere a condizioni favorevoli ad alcuni servizi pubblici come la sanità e la scuola. L’esecutivo vorrebbe perfezionare questo strumento, introducendo altri criteri per valutare la ricchezza dei cittadini, ma la cosa non piace affatto ai sindacati che sembran essere pronti a dar battaglia.