Salvo intese, parola d’ordine di Conte. Tutti d’accordo o nessuno?

di Bruno Tucci
Pubblicato il 7 Luglio 2020 9:48 | Ultimo aggiornamento: 7 Luglio 2020 10:15
Salvo intese, parola d'ordine di Conte (nella foto)

epa08356244 A handout photo made available by Chigi Palace Press Office shows Italian Prime Minister, Giuseppe Conte, attending a press conference at Chigi Palace in Rome, Italy, 10 April 2020. ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING + EPA/FILIPPO ATTILI / HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

E’ tutto un “salvo intese”. Giuseppe Conte parte oggi per l’Europa “salvo intese”. Sono queste le due paroline che reggono da sempre il governo.

Si promette e si decide. Però poi bisogna fare i conti con la realtà. Intanto, a Palazzo Chigi e nel consiglio dei ministri l’imperativo categorico è dire  si. Ad una serie di provvedimenti che placano le proteste degli avversari e di una buona parte dell’opinione pubblica. In seguito si vedrà.

Come? Con il “salvo intese” che vuol dire tutto e non vuol dire nulla. Il premier alla vigilia del suo viaggio che lo porterà in giro per il vecchio continente è ottimista come sempre. Sostiene: “Abbiano rivoluzionato l’Italia con riforme mai fatte prima. L’Europa ci comprenderà e l’Italia riprenderà in fretta a camminare spedita e ad andare avanti”.

C’è chi non la pensa allo stesso modo nel nostro Paese e respinge questo positivo atteggiamento del presidente del consiglio. “Il suo libro dei sogni fa a pugni con la realtà”, si dice, “perché queste riforme sono di là da venire e anche i soldi promessici dall’Europa li avremo solo a certe condizioni”.

Sempre gli stessi problemi

Così, i problemi, vecchi e nuovi, restano a galla: la Tav, il Mes, il patto per le regionali. Su questo ultimo argomento Conte è drastico: “Si dovrà trovare una unione fra le forze della maggioranza, altrimenti la destra avrà partita vinta”.

Ma, al proposito, i Grillini non sono ancora convinti e rimandano ogni giorno qualsiasi decisione. Innanzitutto su chi sarà il leader del Movimento. Vito Crimi è transitorio e non ha nessuna possibilità per il futuro. Luigi Di Maio si è innamorato del ministero degli Esteri e, semmai, punta più in alto, vale a dire a Palazzo Chigi nel caso in cui Conte non gliela faccia a reggere il cumulo di problemi che l’assillano.

E allora chi dovrà reggere nel futuro le sorti del Movimento? Si affaccia un nome nuovo in questa panoramica di ipotesi e contro ipotesi. Quello di una donna, Chiara Appendino, attuale sindaco di Torino che piace molto a Grillo.

Al contrario dell’altra prima cittadina, quella di Roma, Virginia Raggi che sembra aver perduto terreno in queste ultime settimane. Fra i 5Stelle molti storcono la bocca e si limitano a dire: “Deciderà Roma” e in tal caso la numero uno del Campidoglio ha poche chances di essere riconfermata.

I romani non amano la Raggi

I romani non fanno pazzie per lei e pure quelli che l’hanno votata quattro anni fa non hanno il minimo dubbio, “No, la Raggi no”. Roma è in condizioni pietose e quando si fa il paragone con l’altra Capitale, quella “morale” d’Italia, sono in tanti a rispondere: Milano.

Anche se mancano ancora due mesi alle regionali si è in piena campagna elettorale e ogni giorno le polemiche e gli scontri verbali si acuiscono. “Ci sono sempre due milioni di lavoratori senza cassa integrazione”, affermano coloro che non vedono di buon occhio il governo.

Tutto è rimandato in quel fatidico mese di settembre in cui ci si augura almeno che non riappaia quel maledetto virus che ha condizionato la vita di milioni di persone. Nello stesso giorno della “competizione locale” si voterà per il referendum che ha per oggetto il taglio dei parlamentari.

E’ un argomento che non suscita più l’emozione di un tempo tranne che per i 5Stelle. I quali ne fanno uno dei loro cavalli di battaglia.  Lo scoramento è un brutto sintomo per un popolo, in specie se si attraversa un periodo difficilissimo come l’attuale.

Nemmeno il calcio scalda gli animi come una volta. Il flop degli indici di ascolto nelle tv ne è un segnale indiscutibile. Reagire è necessario, tutti insieme, senza ostacoli ideologici.