Berlusconi tra crisi di governo e elezioni anticipate, due diverse visioni di Sergio Romano e Mino Fuccillo

Pubblicato il 15 Dicembre 2010 9:08 | Ultimo aggiornamento: 15 Dicembre 2010 9:15

Sergio Romano rappresenta, sul Corriere della Sera, il punto focale della politica italiana del giorno dopo: “Berlusconi ha vinto. Ma ogni vittoria può essere guastata dalle decisioni sbagliate del giorno dopo. Tocca a lui ora trasformare una vittoria personale in una vittoria del Paese”.

Conoscendo Berlusconi Romano sa anche che non è affatto scontato che il suo auspicio si trasformi in realtà e insiste scrivendo che “la portata della vittoria e le sue conseguenze dovrebbero suggerire al vincitore qualche riflessione”. Infatti, “la vittoria non è travolgente, ma la sconfitta dei suoi avversari è indiscutibile. Fini, in particolare, dovrà chiedersi se la sua presenza al vertice della Camera non abbia contribuito a rendere la sua azione meno credibile e convincente”. Questa osservazione di Romano non vale certo per la compravendita dei parlamentari ma vale di sicuro per l’umore diffuso nel paese.

In attesa di sapere come ragionerà Berlusconi, Romano delinea due possibili sbocchi.

La prima strada è quella di compiacersi del successo, lasciando le cose come stanno, dando ogni colpa della scarsa governabilità che verrà alle opposizioni, quella di sinistra e quella  interna alla destra, condannandoci così  “a un supplemento dell’indecoroso spettacolo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi: polemiche, litigi, sberleffi goliardici e una generale disattenzione per i problemi economici e finanziari che il Paese sta attraversando. Se vi saranno nuove elezioni in un tale clima, poco importa chi vince e chi perde. L’Italia ne uscirà certamente perdente”.

La seconda strada “è la ricomposizione della maggioranza su basi nuove. Oggi la prospettiva può sembrare improbabile, ma diverrà praticabile soltanto se Berlusconi saprà rinunciare ai lodi personali, alle polemiche contro la magistratura (quanto più attacca i magistrati tanto più allontana nel tempo la possibilità di una riforma), agli aspetti più discutibili della sua diplomazia personale”.

Questo però è condizione necessaria ma non sufficiente: “Sul piatto dell’intesa dovrà esserci una nuova legge elettorale”.  Berlusconi infatti “non può ignorare che quella con cui siamo andati alle urne ha prodotto risultati catastrofici, sia sul piano politico, sia su quello morale. Gli italiani sono stanchi di mandare in Parlamento gli «eletti» dei partiti e vogliono il diritto di scegliere”. Questo sostiene Romano, ma contrasta con quel che esattamente vuole Berlusconi: mandare in Parlamento chi vuole lui o vogliono i suoi più fidati scudieri, trasformando deputati e senatori del suo partito in una massa di manovra incolore e obbediente. C’è da giurare che, alla luce del tradimento di Fini e dello psicodramma Carfagna, Berlusconi vorrà esercitare un controllo ancora più attento sulla scelta dei candidati.

Qui si apre la terza strada, la più probabile. Nei prossimi giorni e settimane Berlusconi cercherà di portare dalla sua quanti più avversari potrà. La stagione di caccia non si è chiusa col voto del 14 dicembre. Come ricorda Mino Fuccillo, Berlusconi può contare sulla “distribuzione di undici posti di ministro e sotto segretario rimasti vacanti in attesa di aspiranti da premiare”.

Ne seguirà la palude, un procedere “lento e vano e sarà Bossi a dover decidere se aspettare, se restare a guardare. Ogni legge in commissione e in aula dovrà stentare e cercare, perfino mendicare una maggioranza che spesso non si troverà”. Fino a quando, conclude Fuccillo, Bossi deciderà “di dire basta, di dire elezioni”.

C’è da fidarsi più dell’istinto del vecchio cronista parlamentare, passato per quarant’anni di esperienza e di delusioni anche amare, o della “wish list” dell’ex ambasciatore, bravissimo nell’analisi del presente e del passato, un po0 meno bravo quando alle prese con la stima del futuro?

Le prime parole di Berlusconi, il mattino dopo, sembrano dare ragione al cronista:  ”Penso a singoli deputati che militano nei partiti di cui non condividono più la linea”. Così parlò Berlusconi a ‘Mattino Cinque’, in casa sua.