Crolli Pompei, Bray al bivio: manager o esperto? Per non far la fine di Bondi

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 Dicembre 2013 5:00 | Ultimo aggiornamento: 4 Dicembre 2013 11:51
Crolli Pompei, Bray al bivio: manager o esperto? Per non far la fine di Bondi

Crolli Pompei, Bray al bivio: manager o esperto? Per non far la fine di Bondi

ROMA – Crolli Pompei, Bray al bivio: manager o esperto? Per non far la fine di Bondi. La pioggia a Pompei non aspetta: crolli in Via dell’Abbondanza, pezzi di muro vengono giù (sulla Via Stabiana), si staccano gli intonaci (affresco della Casa della Fontana Piccola). La pioggia non aspetta che il ministro dei Beni Culturali Massimo Bray si decida a scegliere il direttore generale cui spetta per legge il ruolo di decisore per utilizzare i 105 milioni di euro (in parte europei) per mettere in sicurezza uno dei siti archeologici più famosi al mondo. Non aspetterà nemmeno l’Unesco che se entro la fine dell’anno non avrà ricevuto un piano lavori convincente declasserà Pompei togliendogli lo status di “patrimonio dell’Umanità”.

Sotto le macerie l centro delle polemiche è finito stavolta il ministro Bray: nessuno, però, è arrivato a chiederne le dimissioni come fu per Sandro Bondi all’epoca del crollo della Schola Armatorum. Tuttavia, non è vero che i giornali amici, come denunciano dal centrodestra, non abbiano criticato il ministro. E’ vero che, ad esempio, gli interventi di Salvatore Settis (archeologo e storico dell’arte) e Francesca Erbani sono confinati nella Cultura e nei commenti. Così come il piccolo dossier de Il Fatto (Vincenzo Iurillo) non è valso la prima pagina né una campagna stampa per silurare il ministro competente.

Sul fronte politico a farsi sentire con maggiore vigore è l’ex ministro Sandro Bondi. “Quando nel novembre del 2010 crollò un rifacimento in cemento armato nel sito archeologico – ricorda – il Capo dello Stato espresse il proprio sdegno definendolo ‘una vergogna per l’Italia”. Oggi – continua – “nessuno ha creduto di dire una sola parola in seguito agli innumerevoli crolli che si sono verificati dal 2010 ad oggi”. Di “autentico sciacallaggio e disonestà intellettuale” parla Daniele Capezzone, presidente della commissione Finanze della Camera. Al di là della politicizzazione coatta di Pompei, la nomina del direttore generale divide il ministro dal Governo. L’uomo che piace all’esecutivo è un manager che viene dal mondo bancario (Unicredit). Bray vorrebbe uno studioso o un esperto.

Guerra psicologica sui nomi, che si consuma tra Ministero e Consiglio dei ministri. Dove sembra che i nomi avanzati dal ministro vengano con sistematicità respinti al mittente da chi ha l’interesse a che su quella poltrona sia seduto Giuseppe Scognamiglio. L’amico Patroni Griffi, ma anche, ad esempio, politici campani come Giuseppe Vaccaro del Pd. Che non vorrebbero mai un marziano, cioè un uomo con competenze strettamente artistiche, su un’area su cui gravano fortissimi interessi commerciali. Saltato ad esempio il nome Giuliano Volpe, archeologo rettore dell’università di Foggia, forse perché la sua candidatura con Sel non era gradita. Ma anche, con ogni probabilità, quel Giuliano Marchesi, funzionario al ministero dell’economia, il cui nome era stato avanzato dal ministro Barca. (Elisabetta Ambrosi, Il Fatto Quotidiano)

Ne fa una questione di colpevole mancanza di metodo Salvatore Settis su Repubblica (“L’incompetenza e i crolli di Pompei”) per lamentare come in Italia gli incarichi di vertice nell’amministrazione dei beni culturali (e a maggior ragione nelle emergenze) vadano invariabilmente a non esperti, invocando una mal compresa idea di moderna e internazionale gestione manageriale che esclude per principio chi vanta curricula adatti al ruolo.

Governo e privati fanno a gara in questo festival dell’incompetenza: il bando per la direzione del Museo Egizio di Torino (secondo al mondo dopo quello del Cairo), lanciato dalla privata Fondazione che gestisce questo Museo di proprietà pubblica, non menziona nemmeno l’egittologia fra i prerequisiti del futuro direttore. Titolo preferenziale è, anzi, la laurea in «economia e management di beni culturali», accompagnata da attitudine al fund raising. Di egittologia neanche l’ombra. Ma come farà, un direttore incapace di decifrare un geroglifico, a dialogare alla pari con i suoi colleghi di Berlino o di Parigi? L’International Council of Museums, riunito ad Assisi pochi giorni fa, ha stilato una lettera di raccomandazione in cui si stigmatizza la mancata richiesta di una specifica preparazione in egittologia e si chiede che il bando di concorso venga rivisto. Ma il versante pubblico non è da meno: è in questa logica che Bondi spedì alla direzione generale della Valorizzazione Mario Resca, un manager che veniva da McDonald’s. E oggi si parla di Giuseppe Scognamiglio, responsabile public affairsdi Unicredit, alla nuova direzione generale di Pompei istituita dal decreto “Valore cultura”. (Salvatore Settis, La Repubblica)