Di Maio rischia il posto e chiede aiuto al popolo della rete (e a Rousseau): domani referendum su se stesso

di Dini Casali
Pubblicato il 29 maggio 2019 11:01 | Ultimo aggiornamento: 29 maggio 2019 11:01
Di Maio rischia il posto e chiede aiuto al popolo della rete (e a Rousseau): domani referendum su se stesso

Di Maio rischia il posto e chiede aiuto al popolo della rete (e a Rousseau): domani referendum su se stesso

ROMA – Di Maio sta rischiando il posto, la sua leadership è minacciata, gli contestano la sconfitta elettorale, la sudditanza psicologica con Salvini, i troppo incarichi, aver svenduto l’anima partecipativa del movimento: sotto assedio e in vista di un complicata assemblea dei parlamentari, al giovane viceministro non è rimasta che una carta da giocare, quella dell’appello diretto al popolo grillino, al giudizio della rete insomma.

Militanti e iscritti sono convocati online per votare un referendum su se stesso, “mi volete ancora capo politico oppure no?”. Mossa tipica per uscire dall’angolo di un partito che per statuto non è un partito quando le decisioni pesano, quando si rischia di dividersi, decisioni come quella di (non) far processare Salvini, per intenderci.

In nome della democrazia diretta e alla faccia di quella interna a un partito. Garantisce la piattaforma Rousseau, talmente affidabile da non aver passato l’esame del Garante della privacy… E una volta ottenuto il via libera del popolo il fisiologico dibattito intestino finirà prima ancora che sia cominciato.

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Paragone: “Di Maio ha fatto male pure da ministro. Decida lui che cosa lasciare”. “A 32 anni non puoi fare il capo della prima forza del Paese, il vicepremier, il ministro dello Sviluppo economico e il ministro del Lavoro”: nel processo a Di Maio dopo il clamoroso flop elettorale alle europee, il più svelto a iscriversi alla pubblica accusa è Gian Luigi Paragone. L’ex direttore de La Padania ed ex conduttore de La Gabbia punta il dito sui troppi incarichi del giovane leader, fa troppo e tutto male, molli qualche carica e si occupi del Movimento, questo il senso. 

Non è il solo Paragone (che, accusato dai fedelissimi dimaiani di tradimento, e se vogliamo di lesa maestà, si è affrettato a mettere sul tavolo le sue di di dimissioni): questa volta non si tratta dei soliti ortodossi, il malumore è esteso, include praticamente gli interi gruppi parlamentari. Tanto è vero che alla vigilia dell’assemblea congiunta che lo vedrà “imputato”, Di Maio ha annunciato che se deve essere giudicato, il giudice naturale può essere solo il popolo grillino, iscritti e militanti.

Chiedo di mettere al voto degli iscritti su Rousseau il mio ruolo di capo politico, perché è giusto che siate voi ad esprimervi. Gli unici a cui devo rendere conto del mio operato”, ha scritto sul blog delle Stelle. La domanda a cui dovranno rispondere gli utenti è: confermi Luigi Di Maio come capo politico del Movimento 5 Stelle? Le votazioni saranno aperte dalle 10 alle 20 di domani 30 maggio. 

“Paghiamo l’uomo solo al comando”. Tra le critiche più acuminate spiccano quelle di Carla Ruocco e Roberta Lombardi. “Paghiamo l’uomo solo al comando”, sottolinea la presidenza della commissione Finanze. “La responsabilità in capo ad un solo uomo è deleteria per il Movimento, ed è un concetto da prima repubblica”, incalza Lombardi. In silenzio, per ora, resta Roberto Fico. Ma il suo silenzio comincia ad essere assordante, in vista di un’assemblea dove i veleni coperti dalle ragioni di governo usciranno con tutta la loro evidenza.

E dove non è escluso che si punti il dito anche sulla stessa squadra scelta per l’esecutivo, giudicata troppo debole rispetto allo strabordante Salvini. Di Maio potrebbe parare il colpo annunciando una profonda riorganizzazione del M5S e una segreteria con il ritorno in grande stile di Di Battista. Domani, probabilmente, ne parlerà con Davide Casaleggio, atteso a Roma. (fonte Ansa)