Governo avvisò Roma: cooperative sospette, Comune ignorò

di Redazione Blitz
Pubblicato il 15 Giugno 2015 11:34 | Ultimo aggiornamento: 15 Giugno 2015 13:15
Governo avvisò Roma: cooperative sospette, Comune ignorò

Governo avvisò Roma: cooperative sospette, Comune ignorò

ROMA – Coop di Buzzi, il Campidoglio fu avvisato. A gennaio 2014 l’amministrazione guidata da Ignazio Marino conosceva l’esito della verifica, sapeva dei gravi sospetti sulla Cooperativa 29 giugno (quella di Salvatore Buzzi) e su La Cascina, coop con cui Buzzi concordava le strategie per evitare controlli e conservare gli appalti.

Nella relazione di mille pagine che la commissione di prefetti incaricati di capire se il Comune di Roma debba esser sciolto per mafia e commissariato, spicca appunto il capitolo che dimostra come una precedente verifica, fatta dal Ministero dell’Economia un anno prima degli arresti di Buzzi e Carminati, sia stata ignorata dal Campidoglio. Giovanni Bianconi del Corriere della Sera ha letto le carte incriminate.

Va rilevato come l’affidamento sia avvenuto in via diretta, in assenza di qualsivoglia procedura concorrenziale, sebbene l’importo del servizio sia largamente superiore al limite previsto dalla legge»; ed erano «espressamente vietate» proroghe e «rinnovi taciti dei contratti» che invece andavano avanti da tempo.

Appalti ancor più consistenti aveva ottenuto la cooperativa Domus Caritatis, del gruppo La Cascina, che la seconda operazione della Procura di Roma ha svelato essere in combutta con Buzzi: «Anche in questo caso sono estensibili le medesime censure relative alle modalità di affidamento del servizio ed al ricorso sistematico all’istituto della proroga contrattuale».

Buzzi aveva subito attivato le contromisure, tentando di far desistere gli altri concorrenti: «Noi abbiamo parlato… se vanno deserte, cioè con un’unica sola risposta, è come se fosse stata fatta la gara, e il Mef te lo levi dai coglioni», spiegava al suo collega de La Cascina. Il Comune di Roma, invece, non si mosse con altrettanta solerzia per risolvere la questione. (Giovanni Bianconi, Corriere della Sera).

La difesa di Marino. Va aggiunto che fu lo stesso Ignazio Marino a sollecitare la verifica del Mef. Sul rinnovo a scatola chiusa degli appalti il sindaco tira in ballo l’emergenza finanziaria seguita alla gestione Alemanno: non c’era nemmeno un vero bilancio, le proroghe dei vecchi contratti fu praticamente obbligata.

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Contro il Commissariamento della città, nonostante la capacità di influenza sulla giunta dei sodalizi criminali, rileva il fatto che riferibili a Mafia Criminale ci sono affari che valgono non più del 2% del bilancio comunale. Senza contare che tra prima (Alemanno) e dopo ()Marino) la differenza c’è e si vede.

A cominciare dal coinvolgimento degli esponenti politici nell’impostazione dell’accusa: prima c’erano un sindaco tuttora indagato per associazione mafiosa (Alemanno), un ex consigliere comunale (Gramazio) ora arrestato con la stessa accusa, collaboratori del sindaco e amministratori di Enti vicini alla «banda» di Buzzi e Carminati, pronti a soddisfare le esigenze del «sodalizio criminale»; adesso ci sono cinque componenti del consiglio comunale finiti in carcere e altri sotto inchiesta sempre per aver favorito gli affari di Mafia Capitale (e per questo retribuiti da Buzzi), ma senza l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa. Il che significa che non erano necessariamente consapevoli di quanto si nascondeva dietro il «re delle cooperative» e i suoi metodi e della caratura criminale dell’organizzazione. (Giovanni Bianconi, Corriere della Sera).