Governo senza ministri politici: Pd e Pdl non se lo possono permettere

Pubblicato il 11 Novembre 2011 11:58 | Ultimo aggiornamento: 11 Novembre 2011 11:59

ROMA – Nella foto ricordo del governo Monti spiccherà l’assenza in primo piano dei politici, i big di partito salteranno un giro. Anche perché ve lo  immaginate metter d’accordo una Gelmini che resta e un Matteoli che se ne va, o una Finocchiaro che entra e una Bindi lasciata  in panchina? I rappresentanti dei maggiori partiti (Pd e Pdl in particolare) staranno in seconda fila al massimo come sottosegretari. Un maggiore protagonismo è vivamente sconsigliato: stare in primo piano fianco a fianco del nemico sarà difficile da far accettare ai rispettivi elettorati. Meglio il low profile, sia per Pd e che per Pdl. Così i ministri Monti li sceglierà nel numero delle personalità della società civile. Sarà un governo del presidente, che replica lo schema della nomina di Monti.  A dispetto del toto ministri che impazza sui giornali, il professor Monti, d’accordo con Napolitano, è orientato a lasciare i partiti a bocca asciutta: il passo indietro lo fanno loro.

Mario Monti ha accettato la grande responsabilità affidatagli ma vuole avere la certezza di poter scegliere la sua squadra in piena autonomia. Anzi, per garantire maggiore credibilità ai mercati potrebbe decidere di tenersi la delega all’economia e assumere anche l’interim del dicastero più sotto osservazione. Non si farà dettare agende e nomi dai partiti. La rapidità con cui i mercati e la crisi hanno imposto di fatto il cambio della guardia a Palazzo Chigi, giocano a favore di Monti. Deve far presto, non c’è tempo per i lunghissimi rituali della crisi, né per estenuanti trattative. Il tempo stringe e lavora contro le aspettative dei partiti. Il modello dell’esecutivo sprint è quello di Lamberto Dini del ’95: governo tecnico puro.

Certo Bersani deve mettere da parte le speranze di guidare una coalizione finalmente in vantaggio per il voto anticipato. Certo Berlusconi deve rinnegare anni di retorica sul governo del popolo. Però, avranno il sollievo di risparmiarsi crude lotte intestine sull’indicazione di nomi e papabili. Bersani dovrà ingoiare il rospo di Di Pietro che si è prontamente defilato; Berlusconi è alle prese con un partito che rischia di sgretolarsi. Ma non c’è alternativa. L’appoggio significa non addossarsi la responsabilità di aver negato un salvagente al Paese con l’acqua alla gola. Le segreterie, in questo momento, delegheranno il governo del Paese sulle spalle di Monti. Da fare non gli mancherà all’interno dei partiti. Il nemico in casa ora fa più paura. Ogni battitore libero si ritaglierà lo spazio per attaccare il nuovo esecutivo a ogni spiffero che non gli garba. Bersani dovrà guardarsi da Renzi, che senza voto anticipato si sgonfia di parecchio. Il rischio di “fallimento della politica” (Prodi) verrà messo tra parentesi. Vince l'”atto di volontà” come dice Casini. La presa dei poli sulla politica s’è allentata fino a farsela scappare: la partita ora si gioca al centro, una stagione è archiviata.