Il Monti privato. Ama Julia Roberts, il sushi e ha il complesso della gobba

Pubblicato il 27 luglio 2012 13:04 | Ultimo aggiornamento: 27 luglio 2012 13:22
mario monti sette

Mario Monti sulla copertina di Sette

ROMA – Sotto la corazza severa del bravo professore, scopriamo un Mario Monti sentimentale senza enfasi, che si commuove per “Il Laureato” e la Julia Roberts di Notting Hill, ha un piccolo complesso per la gobba, è un inguaribile ottimista con l’unico cruccio di ammalarsi di Alzheimer. Il Monti privato, la versione nascosta della figura che concentra su di sé tutta la responsabilità politica di un passaggio delicatissimo della vita nazionale, esce fuori dalla prima, lunga intervista con cui si racconta a Ferruccio Pinotti nell’ultimo Sette, il supplemento settimanale del Corriere della Sera.

Una confessione in piena regola, stante la penuria di informazioni sul suo conto diverse dalla fredda lettura del suo curriculum, se non fosse che, come riconosce imbarazzato, di trasgressivo o insolito o un po’ fuori le righe, non ha proprio nulla da confessare. Un italiano agli antipodi del suo predecessore a Palazzo Chigi, un figlio modello della borghesia illuminata lombarda. La Bocconi nel dna familiare: Mario e i due Giovanni, padre e figlio, tutti laureati lì.

Non sa cantare ma gli piacerebbe fischiettare Mina sotto la doccia, non ha rimpianti come Frank Sinatra a parte non essere stato qualche anno in più a Yale per studiare e proseguire la carriera universitaria. Ha vissuto spesso con la valigia in mano ma l’esperienza anglosassone lo ha segnato profondamente, al punto che ha imparato un sense of humor che non gli apparteneva, al punto che il drink che beve più volentieri è il gin & tonic. Il suo colore preferito è l’azzurro, ma non imputategli per questo simpatie politiche orientate perché chi ha votato non lo dirà mai, nemmeno sotto tortura. Gli piacciono i tulipani, gli spaghetti alle vongole a pari merito del sushi, ama Botticelli e Klimt, ha un incubo ricorrente, arrivare tardi per colpa di scioperi o manifestazioni. Gli succedeva quando insegnava durante gli anni della contestazione, un freudiano avrebbe di che risalire al trauma originario che gli fa disdegnare la concertazione.

Unica concessione di Monti a una certa facile volontà di compiacere il gusto pop è la nostalgia per Lascia e Raddoppia. Scommettiamo che sarà anche un patito del Trivial Pursuit, ma questo non c’è nell’intervista. Comunque, benché equilibrato, perfino un filo noioso nella sua erudizione, affidabile (è la caratteristica che più ama nelle persone) e tutte le buone qualità che gli si riconoscono, Mario Monti è un tipo orgoglioso che si fa vanto di non essere mai stato sottoposto a un capo. Ammirava De Gaulle. Non andava pazzo per Reagan e la Thatcher. Nel suo Pantheon personale c’è posto per Jeanne Monet ideatore dell’Europa, il segretario generale dell’Onu Hammarskjöld morto in un attentato e John Kennedy. Fra gli italiani ammirava Luigi Einaudi. Dei politici italiani di oggi non dice chi disprezza: “Temo di lasciarne fuori qualcuno”.