Pd si spacca, quelli che non votano fiducia a Renzi: Bersani, Cuperlo, Letta…

di Redazione Blitz
Pubblicato il 28 Aprile 2015 - 20:27 OLTRE 6 MESI FA
Pd si spacca, quelli che non votano fiducia a Renzi: Bersani, Cuperlo, Letta...

Pd si spacca, quelli che non votano fiducia a Renzi: Bersani, Cuperlo, Letta…

ROMA – Il Pd, come era prevedibile, si spacca sulla legge elettorale. Spaccatura già evidente prima della prova del voto sulle pregiudiziali e che diventa palese e conclamata poco dopo le quindici, quando Maria Elena Boschi entra alla Camera dei Deputati e legge (o meglio ci prova, viste le contestazioni dell’Aula) la formula con cui annuncia la richiesta della fiducia da parte del Governo.

Quella fiducia significa politicamente prima di tutto che Matteo Renzi proprio non si fida. Neanche un po’. I tre voti sulle pregiudiziali, infatti, dal suo punto di vista erano andati bene, meglio delle attese: 384 voti una volta, 385 l’altra, 369 la terza. La maggioranza che servirà è di 316, la quota politica di sicurezza era sopra i 320, una stima soddisfacente attorno ai 350. Renzi, prendendo in esame il dato peggiore (ma più significativo perché è il solo voto cui hanno partecipato 17 dei grandi oppositori Pd tra cui Pier Luigi Bersani) avrebbe avuto un margine di una cinquantina di voti. Ma ha preferito forzare e andare sul sicuro prendendo una decisione certamente irrituale: la questione di fiducia su una legge elettorale.

La minoranza Pd altro non aspettava. E tra i lanci di crisantemi di Sel e le urla di Forza Italia (che quella legge in buona parte ha contribuito a scrivere) e Movimento 5 Stelle, ha iniziato a dissociarsi. Hanno parlato uno a uno, come i grani del rosario, ognuno a dire che quella fiducia non la voterà.

Ha iniziato Pier Luigi Bersani. Su Facebook. Per lui 17 voti di fiducia passano, 18 sono troppi. Visto il tema: “Ho votato 17 volte la fiducia al governo, più di una al mese. Sono pronto a votare per altre 17 volte su atti di governo che riguardino il governo. Sulla democrazia un governo non mette la fiducia. Questa fiducia io non la voterò”.

Ha continuato Enrico Letta, che pure qualche personale sassolino dalla scarpa nei confronti di Renzi è un po’ che deve togliersi. Una dichiarazione lapidaria: “Non voterò la fiducia” dice al telefono mentre era in ospedale a visitare Giuseppe Giangrande, quel carabiniere ferito due anni fa proprio durante il suo giuramento. Da due anni ancora alle prese con un calvario, tra un ricovero e un intervento.

Prima sul tema si era cimentato anche Gianni Cuperlo. Durissimo sull’attacco quanto incerto sul “che fare”. Perché per lui la fiducia è “”una scelta grave, indecifrabile. Uno strappo che ritengo non vada letto come un elemento di coerenza e determinazione ma rischia di apparire come un elemento di debolezza, anche perché non aiuterà a favorire un clima positivo nei rapporti tra le forze politiche”.  Ma quando gli viene chiesto se la fiducia verrà votata la risposta che vista la premessa sembra ovvia non arriva. Arriva invece un timido: “Valuteremo”.

Pippo Civati, invece, si era portato avanti col lavoro già all’ora di pranzo:  “Ho votato a favore delle pregiudiziali di costituzionalità e di merito sulla legge elettorale, ho votato contro il governo”. E sul votare la fiducia nessun ripensamento, anzi l’ennesimo messaggio di un addio mille volte annunciato e ancora non consumato:  “E’ un passaggio drammatico, non solo per me. Se non vado via io, mi cacceranno loro. Ma preferisco andare via. Vediamo, aspettiamo qualche giorno. La fiducia sull’Italicum non la voto”.

Infine Danilo Speranza. Per questioni di Italicum si è già dimesso da capogruppo. Il più coerente e lucido tra i dissidenti, l’unico che abbia finora davvero rinunciato a qualcosa: Considero un errore gravissimo porre la fiducia sulla legge elettorale.Senza ostruzionismo e dopo un voto rassicurante sulle pregiudiziali. Ne ho votate tantissime in questi anni e ne continuerò a votare nei prossimi mesi. Ma questa volta no”.

Matteo Renzi, ovviamente, tira diritto. Ribadisce che con la minoranza ha parlato per mesi e che è ora di concludere. Mentre alla Camera volano vaffa e crisantemi lui twitta come se nulla fosse, poi in serata, in diretta al Tg1 puntualizza: “Abbiamo discusso a lungo con la nostra minoranza, cambiato la legge venendo incontro alle richieste: adesso è il momento di non girare intorno”