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Precari a Montecitorio, il patto col diavolo

Precari a Montecitorio, il patto col diavolo

Precari a Montecitorio, il patto col diavolo

ROMA – Precari a Montecitorio, cioè il patto col diavolo. Sta tenendo banco in questi giorni la storia, anzi la denuncia di una stagista che accusa il deputato di riferimento nell’ordine di non pagarla un euro, di farle proposte indecenti e di pagare al posto suo il figlio di un amico deputato del deputato, figlio che pur pagato non fa un tubo.

Sta tenendo banco la storia: Le Iene e i loro filmati, le smentite accorate e indignate, le auto sospensioni, la presidente Boldrini che apre un’istruttoria, i precari di Montecitorio che solidarizzano e manifestano…E la stagista che quasi implora: non lasciatemi sola, ho paura che non troverò mai più da lavorare.

Quanto di questa storia sia incontrovertibile fatto e/o realtà romanzata diranno (forse) le istruttorie della Boldrini o (forse) la magistratura se sarà chiamata in causa. Quel che è certo, e da molti anni, è che i precari di Montecitorio non sono precari come tanti altri sparsi nei e intorno ai luoghi di lavoro. Sono precari speciali. E lo sanno. E se dicono di non saperlo fanno finta di non saperlo. Sono precari speciali perché hanno firmato un patto col diavolo.

Il patto col diavolo è presto detto: non esiste rapporto più clientelare possibile di quello in cui la tua retribuzione non è tua, né per diritto né per prassi. I soldi con cui il precario di Montecitorio va pagato (quanto e come chi lo sa, non sta scritto) sono di diritto dell’onorevole presso cui il precario lavora. I soldi fanno parte della busta paga (si fa per dire) dell’onorevole. Che poi, se e quando gli va, li gira al precario. Questa è la realtà, da anni. E quindi chi va a fare il precario a Montecitorio firma questo patto col diavolo, firma una condizione di lavoro, retribuzione (ed eventualmente promozione e carriera) assolutamente clientelare.

Questa scelta, la scelta di questa condizione (non a caso chiamati portaborse) non legittima certo lo sfruttamento, tanto meno l’umiliazione. Ma è abbastanza fuori dai toni della realtà e della credibilità la rivendicazione da parte del precario tipo di Montecitorio di una sua professionalità o merito che non verrebbero riconosciuti. Fuori dalla realtà e anche dalla sincerità.

Perché la condizione lavorativa, se non scelta comunque accettata, è quella di un rapporto dove contano semmai la solerzia di esecuzione, l’assoluta fedeltà, la partecipazione alla clientela, il pronto assenso…E in cambio di ciò si viene retribuiti male e poco in denaro ma soprattutto in relazioni (spesso illusorie) con il potere. Chi va a fare il precario a Montecitorio, chi va a fare l’aiutante di campo di un parlamentare non può raccontare a se stesso e al mondo che è andato a fare uno stage in una Università, Istituto di ricerca o azienda ad alta specializzazione. E quindi pretendere, rivendicare lo status di professionista. Status da riconoscere.

Chi va a fare il precario, l’addetto precario ad un onorevole, va a tentare una strada per, come si dice, svoltarla. Una volta lo si faceva per qualche affinità ideologica o ideale. Adesso lo si fa, ci si arriva per via di relazioni familiari, o di famiglia allargata, o di gens, insomma di clientela. Si prova a sfangarla, a sfuggire dalla disoccupazione intellettuale. Si prova a piazzarsi, a  piazzare se stesso tramite onorevoli e affini, frequentando l’habitat, nel corteo di quelli che ce l’hanno fatta.

E lo si va tramite un patto col diavolo che è appunto il rapporto assolutamente, genuinamente, scopertamente clientelare. Umiliante non c’è dubbio. Frustrante spesso. Talvolta anche crudele. Ma quando si è presentato con la penna per far firmare quel patto il diavolo non si è nascosto e quindi quella dei lavoratori precari sfruttati a Montecitorio come fossero infermieri precari in un ospedale o lavoratori stagionali nei campi è retorica piagnucolosa che ci si potrebbe risparmiare.

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