Bartholomew, ex ambasciatore Usa: “Rapporto Usa-pool Mani Pulite cessò con me”

Pubblicato il 29 agosto 2012 10:54 | Ultimo aggiornamento: 29 agosto 2012 11:06
Reginald Bartholomew

Reginald Bartholomew (LaPresse)

ROMA – “Qualcosa non quadrava nel rapporto tra il consolato Usa di Milano e il pool di Mani pulite. Con me tutto questo cessò”. L’ambasciatore americano in Italia tra il 1993 ed il 1997, Reginald Bartholomew, è morto a 76 anni il 26 agosto a New York. Bartholomew, in un’intervista esclusiva a La Stampa un mese prima di morire, spiegò al giornalista Maurizio Molinari come pose fine al rapporto tra i magistrati di Milano, che “violavano sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in modo inaccettabile per una democrazia”, ed il consolato americano. L’ambasciatore americano arrivò in Italia quando “la classe politica si stava sgretolando ponendo rischi per la stabilità di un nostro alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo”.

Molinari intervistò Bartholomew a New York, che gli raccontò la situazione che trovò all’inizio del suo mandato di ambasciatore a Roma:

“L’Italia politica era in fase di disfacimento, il sistema stava implodendo a causa di Tangentopoli iniziata l’anno precedente ed io i trovai catapultato dentro tutto questo quasi per caso”.

Era l’Italia di Giuliano Amato come premier, sostenuto da Dc, Psi, Psdi e Pli. Oscar Luigi Scalfaro era presidente della Repubblica, Silvio Berlusconi si preparava a scendere in campo ed il Pds di Achille Occhetto era in ascesa. Tutto accadeva mentre i magistrati di Milano tentavano di combattere il fenomeno di Mani Pulite:

“Ma soprattutto quella era la stagione di Mani Pulite, un pool di magistrati di Milano che nell’intento di combattere la corruzione politica dilagante era andato ben oltre, violando sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in maniera inacettabile in una democrazia come l’Italia, a cui ogni americano si sente legato”.

Indagini che, secondo Bartholomew,creavano maggiore instabilità nel sistema politico italiano che già si stava sgretolando. La prima Repubblica era giunta al suo tramonto, ma l’Italia per gli Stati Uniti era un punto strategico troppo importante da perdere. Per questo l’ambasciatore cessò i rapporti del consolato Usa con i magistrati di Milano.

Bartholomew non incontrò mai i magistrati di Mani Pulite, nemmeno Antonio Di Pietro, ma ricorda nell’intervista l’incontro con i leader della Dc:

“Un incontro molto triste, sembrava quasi un funerale, era la conferma che bisognava guardare avanti”.

E poi ci fu l’incontro con Massimo D’Alema, del Pds:

“D’Alema mi chiamo al telefono, gli dissi di vernimi a trovare e lui, dopo una certa sorpresa, accettò; quando lo vidi gli dissi con franchezza che il Muro di Berlino era crollato, quanto avevano fatto e pensato i comunisti in passato non mi interessava, mentre ciò che contava era la futura direzione di marcia”.

Tutto più complicato con Romano Prodi, premier nel 1996, che “se la prese” con Bartholomew per il mancato incontro con Bill Clinton. Tanto che per ristabilire buoni raporti l’ambasciatore raccontò di aver finto di essere capitato a Bologna, nel ristorante preferito di Prodi, dove si incontrarono e poterono chiarirsi.

Nel suo mandato in Italia l’ambasciatore conobbe anche Gianfranco Fini, che guidava l’Msi, e spiegò del rapporto con Fini e D’Alema:

“Con entrambi l’approccio fu lo stesso, guardando avanti e non indietro, anche se devo ammettere che nei salotti romani il mio dialogo con Fini piaceva assai meno di quello con D’Alema”.

E mentre la prima Repubblica finiva, Bartholomew incontrò anche il Berlusconi che preparava la sua discesa nella politica:

“La prima volta che ci vedemmo lo aspettavo da solo, ma si presentò assieme a Gianni Letta, voleva il mio imprimatur per la sua entrata in politica e gli risposti che toccava a lui decidere se essere ‘King’ o ‘Kingmaker’ – e aggiunge – . Ma lui diede l’impressione di non sapere cosa significasse ‘Kingmaker’ e dopo essersi consultato con Letta mi rispose ‘Kingmaker? Nooooo'”.

Bartholomew ricordò poi l’avviso di garanzia a Berlusconi:

“Si trattò di un’offesa al presidente degli Stati Uniti Clinton, perché era al vertice e il pool di Mani Pulite aveva deciso di sfruttarlo per aumentare l’impatto della sua iniziativa giudiziaria contro Berlusconi”.

Di una cosa, nell’intervista a Molinari, Bartholomew sembrava soddisfatto: di aver rimesso la politica italiana sulla retta via per la costruzione di un buon rapporto tra gli Stati Uniti e l’Italia, preservando quel punto strategico nel Mediterraneo a cui Washington non voleva, né poteva, rinunciare.