Stadi, Regioni li vogliono aperti. Cento in ospedale e 20 morti al giorno sembran pochi

di Lucio Fero
Pubblicato il 25 Settembre 2020 9:52 | Ultimo aggiornamento: 25 Settembre 2020 9:52
Stadi, Regioni italiane li vogliono aperti. Cento in ospedale e 20 morti al giorno sembran pochi

Stadi, Regioni li vogliono aperti. Cento in ospedale e 20 morti al giorno sembran pochi (Foto d’archivio Ansa)

Stadi, Regioni li vogliono aperti. Con l’eccezione, sorprendentemente più che lodevole e razionale, del Lazio di Zingaretti, la Conferenza delle Regioni ha detto al governo di riaprire.

Riaprire al 25 per cento ma riaprire al pubblico, agli spettatori, ai tifosi, alla folla. Tanto staranno tutti fermi, sempre seduti, con la mascherina, non si abbracceranno, non salteranno, non si avvicineranno l’un l’altro negli stadi. Garantiscono le Regioni.

BILANCIO DI UNA STRAGE FERROVIARIA

Al giorno e ogni giorno (ai ritmi attuali, al passo di questo settembre) ci sono cento persone che finiscono in ospedale e una ventina di morti. Venti morti e cento feriti in ospedale sono il bilancio di una strage ferroviaria. 

Il giorno dopo il grave incidente, all’indomani della strage ferroviaria, tutti, proprio tutti, giornali, tv, social e gente per strada e in famiglia coltiva il dubbio e la preoccupazione se i treni siano sicuri. Ovviamente i treni sono sicuri, ma una(!) strage ferroviaria basta e avanza per indurre nella psicologia di massa un dubbio. E, regolarmente, il giorno dopo la strage ferroviaria meno gente prende il treno o lo prende con più ansia.

UN GIORNO QUALSIASI DI CORONAVIRUS

Cento in ospedale e venti morti è in un giorno qualsiasi di settembre il bilancio di un giorno di coronavirus. Già, Covid manda ogni giorno un centinaio in ospedale e una ventina al cimitero. E’ lo stesso bilancio, i numeri sono gli stessi. L’impatto e le reazioni però sono diversissimi, se non opposti. Il giorno dopo, ogni giorno dopo i cento che Covid manda in ospedale più 20 al cimitero ovunque gran voglia di salire, e affollarsi, sul treno del giorno per giorno, sui convogli della vita quotidiana.

E’ singolare e per molti versi imperscrutabile la mente umana, anche e soprattutto quando diventa mente per così dire sociale, insomma pubblica opinione, ancor più insomma senso comune. Cento in ospedale e 20 morti in 24 ore mettono una gran paura se succede su un treno, al punto da far diffidare dei treni. Dura poco, ma la gente prende effettiva paura per un (uno!) incidente e diffida di una cosa sicura come il trasporto ferroviario. La stessa gente non prende paura se i cento in ospedale e i venti morti avvengono ogni giorno, coronavirus e Covid che ogni giorno fanno 100 in ospedale e 20 al cimitero non distolgono dal salire su qualsiasi vagone.

STADI E REGIONI: IL VAGONE DEL CALCIO

Il vagone del calcio attende, ansioso e smanioso, di far salire passeggeri. Certo, è l’industria calcio che preme. Per soldi, ma neanche tanto. Trecento milioni di euro da incassi da stadio sono tanti ma rispetto ai mille che si incassano dalle tv per i diritti…Il vagone del calcio preme per riaprire gli stadi, per soldi ma anche e soprattutto per cultura auto celebrativa e per sostanziale inadaguatezza a percepire, tanto meno perseguire l’interesse generale. Cosa che non tocca al calcio, cosa (cercare interesse generale) che non spetta a singoli comparti e categorie e che nessuno, proprio nessuno, ha fatto. Non i ristoratori, non i bar, non i prof a scuola, non le compagnie aeree, non i fornitori di materiale sanitario, non i milioni di italiani che hanno approfittato di Cassa Integrazione (lavorando a nero), dei 600 euro…

All’interesse generale dovrebbero pensare i governanti e le istituzioni. Ma molto speso governanti e istituzioni elettive identificano l’interesse generale con il far contenta la gente, quanta più gente possibile. Il caso delle Regioni-Stadi di calcio è. come si dice, caso di scuola. Cioè caso perfetto di perseguimento del consenso a scapito dell’interesse generale. E’ evidente, palmare, inconfutabile che migliaia in uno stadio ad assistere ad una partita di calcio non staranno fermi, seduti, mascherinati e composti. E’ grottesco proporre questo come possibile, è demenziale e truffaldino proporre questo impossibile come garanzia di sicurezza.

MAREMOTO DI INSIPIENZA

E allora perché? Sì, certo la ricerca del consenso. Sì, certo la voglia di compiacere. Ma ci deve essere qualcosa di altro e di più. “Un maremoto di insipienza che infuria sull’intero occidente e che mai incontra il suo fondo…un presente ingiusto, infelice, superficiale, miope, volgare, specializzato in decadenza…Inesperienza e Immediatezza gorgoglii di interiore in subbuglio hanno spodestato Competenza e Responsabilità…”. Così uno storico del mondo classico nel paragonare i decenni del nostro presente con i decenni degli Imperatori e imperi e imperii saggi e colti dell’antica Roma.

Ecco, un maremoto di insipienza, qualcosa del genere. Eco come si spiega, ecco quel qualcosa d’altro e di di più che caratterizza la contemporanea e dispiegata gestione della cosa pubblica. Qui, ora, negli uffici, nella Pubblica Amministrazione, nella politica, nella comunicazione, nel governare, nel sindacare, nei Comuni, nei Ministeri e perché mai no nelle Regioni?