Lettera di Lavitola a Berlusconi: “Casa di Montecarlo, De Gregorio comprato, lavorato su Dini… Sei in debito con me”

Pubblicato il 28 settembre 2012 20:24 | Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2012 20:55
lavitola

Valter Lavitola (Foto LaPresse)

NAPOLI –  Valter Lavitola racconta di aver indotto Gianpaolo Tarantini a mentire sul caso delle escort nel 2009; di essere stato pagato da Berlusconi per far emergere la storia della casa di Montecarlo del cognato di Gianfranco Fini e di aver reperito per suo conto i documenti da Santa Lucia; di aver “comprato” il senatore Sergio De Gregorio e convinto il Cavaliere a “comprare i senatori” per far cadere il governo Prodi; di aver dato mandato a un ufficiale per far sparire delle foto di Berlusconi “insieme a dei camorristi”. E per questo Lavitola, in una lettera scritta a Berlusconi dal Brasile il 13 dicembre del 2011 e che non sarebbe mai recapitata all’ex premier, chiedeva favori al Cavaliere perché “lei è in debito con me”, scriveva, e “mi aveva promesso di farmi ministro”.

Una lettera carica di rivelazioni, ma tutte da verificare e per ora da prendere solo come ipotetiche, in quanto opinioni del solo Lavitola. Lettera che è stata sequestrata dai pm Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli nel computer dell’uomo d’affari italo-argentino Carmelo Pintabona – indagato perché ritenuto il tramite tra Lavitola e l’ex premier – e depositata agli atti del giudizio immediato a carico di Valter Lavitola (ex direttore ed editore de l’Avanti! imputato di tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi).

In questa lettera Lavitola in pratica elencava tutti quelli che a suo dire erano favori fatti a Berlusconi e gli presentava il conto: facendo richieste e dettando, di fatto, le sue condizioni all’allora capo del governo.

“Ecco perché è in debito con me”. Lavitola scrive a Berlusconi: “Lei è in debito con me” per queste ragioni: “Per aver io comprato De Gregorio, tenuto fuori dalla votazione cruciale Pallaro, fatto pervenire a Mastella le notizie dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, dove erano arrivate le pressioni per il vergognoso arresto della moglie, e assieme a Ferruccio Saro e al povero Comincioli aver lavorato Dini. Ciò dopo essere stato io a convincerla a tentare di comprare i senatori necessari a far cadere Prodi”. Per quanto riguarda l’affaire della casa di Montecarlo, origine di una violenta campagna stampa contro il presidente della Camera Fini, Lavitola per la prima volta mette nero su bianco e ricostruisce testualmente: “Ho ricevuto 400-500mila euro di rimborso per la casa di Montecarlo” e racconta di aver fatto arrivare in Italia “i documenti originali di Santa Lucia con un volo privato da Panama a Roma con un volo messo a disposizione dal presidente panamense Martinelli. Li portarono fuori (i documenti, ndr) i piloti”.

“La foto di Berlusconi con i camorristi”. Lavitola scrive anche nella lettera che l’ex maresciallo dei Carabinieri, Enrico La Monica, avrebbe distrutto alcune fotografie in cui Berlusconi sarebbe stato ritratto insieme con l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino e alcuni affiliati a clan camorristici.

Scrive Valter, riferendosi alle inchieste che lo vedono sotto accusa tra Napoli, Roma e Bari: “Tra le “aberranti accuse a me mosse”, c’è dunque la P4, “per averLe insistentemente raccomandato il maresciallo La Monica. Era la fonte che ha quantomeno contribuito a salvare Bertolaso (glielo può chiedere), ci ha coperti nell’indagine sull’acquisto dei Senatori, ha dato una mano sul serio nelle indagini su Saccà (con le intercettazioni) e Cosentino, e ha eliminato alcune foto che La vedevano ritratto assieme a Bassolino e ad alcuni mandanti della camorra per la vicenda dei rifiuti (sono certo che lei non sapesse chi fossero). Eravamo – prosegue la lettera di Lavitola – in grande debito e lui si era reso conto che Bisignani e Papa lo sfruttavano e lo prendevano in giro promettendogli di andare ai Servizi per guadagnare 2000 euro in più al mese. Io lo mantengo da un anno in Senegal. Non c’è nulla di più pericoloso di un amico che si sente tradito, abbandonato e senza vie di uscita”.

“Ricordi che lei doveva farmi ministro”. Lavitola poi ricorda a Berlusconi gli impegni che il Cavaliere avrebbe assunto nei suoi confronti e che non avrebbe portato a termine. “Lei mi ha ha promesso – scrive Lavitola – più volte di entrare al governo (persino mi chiamò dopo la nomina della Brambilla e con onestà mi disse che era dispiaciuto di non riuscire solo con me a mantenere la parola); di mandarmi al Parlamento Europeo (alle precedenti presi da solo 54.000 preferenze); di entrare nel Cda della Rai; che il primo incarico importante che si fosse presentato sarebbe stato per me (inizio 2010), di collocare la Ioannuci nel cda dell’Eni; di nominare Pozzessere almeno direttore generale di Finmeccanica”.

“Ecco perché mi aspetto il suo aiuto”. Lavitola arriva quindi al dunque e chiede favori a Berlusconi. Ovvero posti di lavoro per la moglie, la sorella, il suo ex autista, due ragionieri e un giornalista, con tanto di indicazione di qualifica e stipendio. Quindi una serie di pagamenti in contanti: mezzo milione di dollari per un affare, 5 milioni per un pagamento che deve ad un avvocato, 900mila euro per un’altra pratica. Infine riepiloga a numeri, e tra parentesi, tutti i soldi che vuole incassare da Berlusconi “come prestito”. E assicura: “Assieme alla somma prima elencata (900.000 $ + 500.000 $ + 5 milioni di euro) le restituirò anche i 255 mila euro residuo dei 500.000 affidatimi per i Tarantini”. E aggiunge: “È la prima volta che le chiedo un aiuto (…) Senza il suo prestito, con le fideiussioni che ho prestato, mi ridurrei (Dio non voglia) alla fame”. Tutto, sostiene ancora Lavitola, “per avere indotto Tarantini a mentire nel 2009 (sulla vicenda delle escort su cui indaga Bari, ndr), pur essendo io indagato solo dal giugno 2011. Da ciò è nato il mostro che sono diventato e con il quale nessuno vuoel avere più a che fare”.

“Lei mi fa male a paragonarmi ai mafiosi”. “Leggere che lei mi accomuna a un mafioso mi ha fatto molto male”. Lavitola si riferisce a quanto dichiarato dal maggiordomo di Palazzo Chigi agli inquirenti napoletani Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli, il quale ricorda che “quando consegnai le sim straniere a Berlusconi lui disse ‘ma guarda un po’ queste cose le fanno i mafiosi'”.

Lavitola spiega ancora: “Le dico francamente: non so se le sue prese di distanza sono reali, o frutto di un misto di istinto di conservazione, vigliaccheria e cattivi consigli, o come spero, di un giusto e normale gioco delle parti”.

 

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