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Cina, il partito comunista lancia la battaglia dei cessi

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La nuova battaglia del partito comunista cinese: la rivoluzione dei bagni

PECHINO – La Cina ha dato il via alla ‘rivoluzione delle toilette‘. Dopo rivoluzioni dal nome forse più nobile, a Pechino e dintorni hanno deciso che il nemico da aggredire oggi, magari non l’unico, sono i bagni pubblici. Così come sono ora sono una vergogna nazionale: sporchi, puzzolenti e spesso più simili a vecchie ritirate che a moderni gabinetti. Una crociata che può apparire decisamente più prosaica rispetto ad alti ideali o poco concreta a confronto di questioni molto pratiche come la politica estera, ma che in realtà punta ad incidere su due temi niente affatto di secondo piano: salute pubblica e turismo. E potrebbe valere molti più soldi di quanti possiamo anche solo immaginare.

Il presidente cinese Xi Jinping, che già nel 2015 aveva sollevato la questione dal punto di vista turistico, ha spiegato ora che investire sui bagni pubblici serve non solo ad attirare più turisti – e con loro più soldi – , ma l’obiettivo è anche quello di migliorare la qualità della vita dei cittadini. “La questione delle toilette non è di poco conto” – ha dichiarato Xi al congresso del Partito Comunista Cinese – “È un aspetto importante nella costruzione di città e villaggi civilizzati”.

I bagni alla turca, sporchi e puzzolenti, sono ancora presenti in moltissime zone, anche nella stessa Pechino, nei vecchi hutong (ormai quasi interamente demoliti), o in luoghi talvolta insospettabili, mentre nelle campagne non è raro trovare una semplice buca. Le condizioni dei bagni pubblici e non sono tanto semplicemente quanto decisamente al di sotto di quello che noi consideriamo lo standard minimo. E conoscendo i bagni pubblici cui siamo abituati fa immaginare quel che può accadere in Cina. Con tutto quello che questo significa in termini di possibilità di infezioni, batteri e via elencando. Per questo la rivoluzione delle toilette varata da Xi Jinping punta, e molto, sul migliorare le condizioni igieniche e quindi di salute dei cinesi. “Non ci crederai, ma un sacco di giovani cinesi ignorano com’erano i cessi in Cina fino agli anni Settanta”, raccontava il drammaturgo Guo Shixing in occasione della prima europea a Milano della sua pièce ‘Cessi pubblici’. “Come le ritirate dei nostri nonni: mia mamma non aveva il bagno in casa, erano contadini. Anche noi dimentichiamo il nostro recente passato”.

Se questo è l’aspetto nobile dell’ultima rivoluzione in ordine cronologico lanciata da Pechino, ce n’è un altro più pratico ma non meno importante: quello turistico. E come spesso accade quando si parla di Cina, il fenomeno ha dimensioni per noi sbalorditive. In Cina il turismo vale qualcosa come 600 miliardi di dollari. E’ bene ripeterlo: 600 miliardi di dollari, una cifra che sta poco sopra il Pil dell’Iran e poco sotto quello della Svizzera tanto per avere un paragone. Una montagna di denaro generata da 4 miliardi e mezzo di turisti, tra stranieri e cinesi, che si muovono per il paese del dragone. E oltre a muoversi mangiano, dormono e vanno in bagno. Quella dei bagni pubblici è, per Pechino, una ferita da sanare: le pessime condizioni e l’igiene precaria delle toilette pubbliche sono state per lungo tempo fonte d’orrore per i visitatori dai paesi più sviluppati. Uno scenario non più tollerato dalla seconda economia del pianeta.

Per questo e per celebrare il ‘World Toilet Day’ del 19 novembre, la National Tourism Administration cinese s’è impegnata a costruire 47.000 toilette e a rimodernarne 17.000 nel prossimo biennio, mentre l’agenzia cinese Xinhua rilanciava che “a ottobre di quest’anno la Cina aveva già installato 68mila bagni pubblici, il 19,3% rispetto all’obiettivo da raggiungere per un’operazione da un miliardo di yuan (152 milioni di dollari) per il governo centrale, e altri 20 miliardi di yuan (3 miliardi di dollari) per le autorità locali”.

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