Sudan, Bashir accetta la secessione del Sud. Ma il nodo del petrolio rimane

Pubblicato il 7 Febbraio 2011 17:47 | Ultimo aggiornamento: 7 Febbraio 2011 17:55

Omar Al Bashir

ROMA – La road-map verso l’indipendenza del Sud Sudan procede da copione sul piano ufficiale e formale: oggi, 7 febbraio, il presidente sudanese Omar al Bashir ha preso atto della decisione degli abitanti degli Stati meridionali del Paese di separarsi dal Nord e costituire una nuova Nazione. La percentuale definitiva dei sì all’autosovranità è stata dei 98,83 per cento dei quattro milioni di votanti.

In una cerimonia a Khartoum, tra sorrisi e strette di mano con il suo ex nemico e attuale presidente provvisorio delle regioni meridionali, Salva Kiir, al Bashir ha promesso rispetto e sostegno per quanto deciso dai cittadini del Sud nel referendum del 9-15 gennaio scorsi. Da parte sua Kiir ha sottolineato che ”Nord e Sud devono costruire rapporti forti”.

Un atto puramente formale quello andato in scena oggi a Khartoum. Già da due settimane la secessione era stata sancita: prima dai risultati ufficiali del referendum proclamati a Juba, capitale provvisoria del futuro Stato, il 54° dell’Africa, poi dai risultati ufficiali ripetuti a Khartoum e quindi da un atto di riconoscimento ufficiale sottoscritto sette giorni fa dal governo sudanese.

La parole di Bashir erano dunque largamente attese e scontate. Sulla carta, in base agli accordi del 2005, il referendum e la nascita di una nuova Nazione dovrebbero mettere fine ad una guerra durata oltre mezzo secolo tra un Nord Sudan, forte militarmente e a maggioranza musulmana e araba, ed un Sud più indifeso e meno strutturato, abitato da una popolazione nera, di religione cristiana e animista. Il conflitto ha provocato oltre due milioni di morti.

In realtà troppi nodi rimangono irrisolti e gli scontri già scoppiati sul terreno tra forze armate del Sud e forze armate del Nord, che rifiutano di consegnare le armi e di muoversi verso settentrione, fanno presagire la battaglia che potrebbe aprirsi nei prossimi mesi, specie per il controllo delle zone petrolifere sulla linea di confine.

La proclamazione del nuovo Stato è prevista per il prossimo 9 luglio e il Nord e il Sud hanno adesso meno di 6 mesi per trovare un accordo sulla linea di frontiera, sulla spartizione degli introiti petroliferi, sul futuro status della regione contestata dell’Abyei, dove si trovano i pozzi dell’oro nero e dove è stato rimandato ‘sine die’ un referendum locale che doveva stabilire l’appartenenza dell’area al Settentrione o al Meridione. L’80% delle riserve petrolifere del Paese di trovano di fatto al Sud, ma l’oleodotto e le raffinerie sono gestiti dal Nord.

La situazione è esplosiva e lo sottolineano i 60 morti rimasti sul terreno negli scontri avvenuti nella regione da gennaio ad oggi. Ad essi si sono aggiunti, negli ultimi 4 giorni, altre 50 persone uccise negli scontri tra fazioni diverse dell’esercito a colpi di mitraglia e carri armati. Nonostante le cortesie diplomatiche tra Al Bashir e Kiir, il pericolo che la guerra continui non è affatto scongiurato.

[gmap]