La crisi yemenita si aggrava ma Saleh non vuole andarsene

di Licinio Germini
Pubblicato il 29 Marzo 2011 11:45 | Ultimo aggiornamento: 29 Marzo 2011 11:45

Manifestazione di protesta a Sana

La crisi politica yemenita si è aggravata dopo che un’esplosione nella poverissima provincia meridionale di Abyan ha causato la morte di almeno 110 persone che stavano saccheggiando una fabbrica di armi governativa abbandonata. L’esplosione, rileva il New York Times, sottolinea il collasso dell’autorità governativa dopo sei settimane di proteste intese ad ottenere le dimissioni del presidente Ali Abdullah Saleh, al potere da 32 anni.

Secondo quanto dichiarato da funzionari yemeniti e testimoni oculari, negli ultimi giorni le forze governative hanno abbandonato le loro postazioni in gran parte del Paese, incluse le aree settentrionali dove i ribelli da tempo combattono i soldati di Sana e quelle meridionali dove si rifugia la sezione arabica di Al Qaeda.

Lo stesso presidente Saleh ha dipinto un quadro fosco della situazione dichiarando ad un comitato del suo partito che 6 delle 18 province yemenite ”sono cadute”. Ma funzionari governativi ed analisti valutano con cautela le notizie del ritiro delle forze armate e le parole di Saleh perchè ritengono che potrebbero essere almeno in parte uno strattagemma del presidente diretto ad avvertire i suoi sostenitori arabi e occidentali delle possibili conseguenze della sua destituzione.

Saleh si è spesso presentato come l’unica alternativa al caos o all’estremismo di Al Qaeda. Ne è convinto anche il segretario alla Difesa americano Robert Gates, secondo il quale la caduta del presidente Saleh o la sua sostituzione da parte di un governo “più debole” porrebbe un “vero problema” per gli Stati Uniti nella lotta contro Al Qaeda.

Ma è indubbio che il governo di Saleh è in gravi difficoltà, anche se non è chiaro se queste difficoltà vengono sbandierate a fini politici. Certo, le grandi manifestazioni di protesta nelle città dello Yemen hanno stressato le capacità del fragile stato yemenita, inducendo poliziotti e soldati a lasciare il centro delle città e mettendo a dura prova la loro fedeltà al governo.

Le tensioni sono grandemente aumentate dopo che il 18 marzo a Sana sostenitori del governo hanno sparato contro manifestanti uccidendone almeno 50. Sospinto dalla situazione, nei giorni scorsi Saleh aveva avviato colloqui con l’opposizione, arrivando a dire che se ne sarebbe andato entro la fine dell’anno. Ma il giorno dopo il presidente ha fatto marcia indietro asserendo che la sua dipartita non è imminente, rendendo incerta la sua data ed a quali condizioni se ne andrebbe.

Si sa che Saleh sperava nell’aiuto dell’Arabia Saudita, che ha inviato truppe a sostegno del suo vicino e alleato Bahrain, ma da Ryad hanno risposto picche, facendo capire di essere convinti che il presidente yemenita deve andarsene. Un diplomatico arabo ha dichiarato in proposito che ”Saleh ha chiaramente dimostrato di essere parte del problema e non della soluzione”. Ed ha aggiunto: ”Il suo governo è giunto al capolinea, e lui deve lasciare”.