Trump: "Siamo noi ad avere il controllo del Venezuela". Nella foto pubblicata sui social, Maduro in carcere
Maduro oggi comparirà davanti a un giudice federale a New York per le accuse formali Usa a suo carico. Rodríguez, la vicepresidente nonché ministra del petrolio, è stata intanto nominata presidente ad interim ed è stata già avvertita da Trump: “Siamo noi ad avere il controllo del Venezuela”. Se il Venezuela non si comporterèà come richiesto ci sarà un secondo attacco, spiega Trump che nel frattempo ha ribadito le mire sulla Groenlandia minacciando anche Colombia, Cuba e Messico. Per l’Iran ci sarà invece un “colpo durissimo” se Teheran ucciderà i manifestanti.
L’asso nella manica contro Maduro da usare in tribunale
Per incastrare Maduro, il dipartimento di Giustizia potrebbe avere un asso nella manica da usare in tribunale: si tratta dell’ex fedelissimo Hugo Armando Carvajal Barrios. Il “Gallo Pinto” è atteso oggi a mezzogiorno per la prima volta davanti a una corte americana per la formalizzazione delle accuse.
Per inchiodare l’ex leader del Venezuela i procuratori americani potrebbero avvalersi di Carvajal Barrios, dichiaratosi volontariamente colpevole negli Stati Uniti su accuse molto simili a quelle mosse contro Maduro e in attesa di sentenza dallo scorso 25 giugno, due mesi prima dell’inizio della campagna di massima pressione di Donald Trump. Un lasso di tempo insolitamente lungo, secondo gli esperti, e che potrebbe indicare la sua disponibilità a testimoniare contro il suo ex capo.
Una sua testimonianza potrebbe affilare le armi delle autorità americane, chiamate in tribunale a offrire prove sui legami fra Maduro e i cartelli di droga, rivendicati più volte da Donald Trump ma offuscati dalla battaglia all’immigrazione illegale e da altre politiche dell’amministrazione, convinta che il Venezuela abbia rilasciato i suoi criminali più pericolosi negli Stati Uniti.
In una lettera indirizzata a Trump e al popolo americano scritta di recente dal carcere in cui si trova, Carvajal Barrios ha accusato il governo venezuelano di essere coinvolto nel traffico di stupefacenti, nella criminalità organizzata e in operazioni di intelligence all’interno degli Stati Uniti. Secondo l’ex fedelissimo di Maduro, il governo venezuelano si è trasformato in un’organizzazione criminale durante l’era di Hugo Chavez e i suoi leader controllano una rete di narcotraffico a guida militare radicata all’interno dello stato. Carvajal Barrios sarebbe cruciale per rafforzare le accuse dell’amministrazione di droga, terrorismo e possesso di armi contro l’ex leader del Venezuela.
Ex capo dell’intelligence militare del Venezuela e generale in pensione, Carvajal Barrios era uno stretto collaboratore di Hugo Chavez, con il quale aveva partecipato alla pianificazione del fallito colpo di stato del 1992 che portò entrambi in carcere. Dopo Chavez si è schierato con Maduro, inizialmente appoggiandolo senza esitazione. Quando l’economia venezuelana è però iniziata a crollare e l’opposizione a Maduro ha preso slancio, il generale ha scaricato l’ex leader del Venezuela girandogli le spalle. Un volta faccia che a Maduro a non è andato giù: prima lo ha accusato di tradimento e poi la ha cacciato dall’esercito, costringendolo di fatto a lasciare il paese.
In Spagna Carvajal Barrios è stato fermato sulla base di un mandato di arresto americano. Estradato negli Stati Uniti, è stato processato nel 2023 e ora, dopo l’ammissione di colpevolezza attende la sua sentenza, quasi di sicuro il carcere a vita. Testimoniando contro Maduro potrebbe ottenere uno sconto sulla pena o quantomeno condizioni più favorevoli.
Cosa sta succedendo in Venezuela, il discorso del capo dell’Esercito
Pugni chiusi, volti tirati, appello alla resistenza, alla Patria perché “si rimetta in cammino” e la richiesta ai cittadini di lavorare “alla pace e all’ordine”. All’indomani del raid americano che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro, tocca al potente capo dell’Esercito e ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, rassicurare in una drammatica diretta tv i venezuelani, ma soprattutto comunicare agli Stati Uniti e il resto del mondo che il chavismo non intende assolutamente mollare la presa del potere di Caracas.
Una prova di forza necessaria, almeno sul piano della comunicazione, dopo lo smacco militare vissuto: tanti osservatori si sono interrogati nelle ultime ore sulla quanto meno sospetta facilità con cui le forze speciali Usa siano riusciti a catturare e deportare a New York il presidente venezuelano e la moglie. Tra gli obiettivi di questa durissima conferenza stampa, probabilmente anche quello di togliere dal tavolo il sospetto di un possibile tradimento da parte di qualche elemento infedele all’interno del regime.
Padrino ha quindi attaccato frontalmente con parole cariche di risentimento, l’operato degli Stati Uniti accusati apertamente di aver “assassinato a sangue freddo gran parte della sua squadra di sicurezza, soldati, militari e cittadini innocenti”. Quindi ha chiesto “il rapido rilascio” di Nicolas Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, bollando la loro cattura come un “sequestro codardo”.
Il suo messaggio è stato chiarissimo: serrare le fila, rassicurare una comunità in preda all’incertezza sottolineando che il Venezuela non è un Paese allo sbando, che non c’è nessun cambio alle porte, nessun esercito è in rotta, i militari sono e saranno in sella della Repubblica Bolivariana del Venezuela anche dopo la fine dell’era Maduro.
“Le forze armate del Venezuela – declama Padrino – hanno garantito la continuità democratica e continueranno a farlo: chiamo il popolo alla pace e all’ordine e a riprendere le sue attività economiche, lavorative ed educative, a non cedere alle tentazioni della guerra psicologica, alla minaccia, alla paura che vogliono imporci. La Patria deve rimettersi in cammino”.
In divisa militare, armato e circondato dai suoi, il generale ha delineato in modo preciso anche il ruolo che intende svolgere nella delicatissima fase che si è aperta con la fine del regime, assicurando in modo inequivocabile la sua fedeltà alla neo presidente ad interim, Delcy Rodriguez. “In osservanza alla decisione della Corte Suprema riconosciamo la designazione di Delcy Rodriguez”, ha sancito con parole solenni.
Un passaggio che in qualche modo ha cercato di compattare il movimento chavista e di fatto ha ulteriormente indebolito l’ipotesi balenata ieri per qualche ora secondo cui gli Stati Uniti avessero visto in Delcy Rodriguez, la potente ministra del petrolio, fedelissima prima di Chavez poi di Maduro, la figura chiave su cui investire per il futuro del Venezuela. Uno scenario che sembra essere sempre più remoto, alla luce soprattutto delle continue minacce dell’amministrazione Usa nei confronti della ‘tigre’ chavista.
Meloni sente il premio Nobel Manchado
Mentre l’Unione Europea (tutti tranne l’Ungheria di Orban) ha chiesto che in Venezuela ci sia “una transizione pacifica verso la democrazia guidata dai venezuelani e rispettosa della sovranità del Paese”, Giorgia Meloni ha telefonato al premio Nobel per la pace María Corina Machado nonché capo dell’opposizione venezuelana chiedendo una “nuova pagina di speranza” per il popolo venezuelano con “l’uscita d scena di Maduro”.
Un confronto, che arriva dopo quello che la stessa Machado ha avuto con il presidente francese Emmanuel Macron, sulle prospettive di una transizione pacifica e democratica a Caracas. L’uscita di scena di Maduro rappresenta per i cittadini venezuelani “la speranza” di poter tornare a “godere dei principi base della democrazia e dello Stato di diritto”, l’assunto condiviso dalle due leader.
La telefonata con Machado (recentemente liquidata da Trump per la possibile guida del Paese) testimonia la vicinanza dell’Italia al popolo venezuelano e l’attenzione per gli sviluppi del caso, rimarcano fonti di maggioranza.
