Camere, via i superstipendi ma il tetto scatta solo dal 2018. Pirone, Messaggero

di Redazione Blitz
Pubblicato il 16 Luglio 2014 10:45 | Ultimo aggiornamento: 16 Luglio 2014 10:45
(foto d'archivio)

(foto d’archivio)

ROMA – Per il prossimo 21 luglio è fissato l’annuncio da parte delle presidenze delle Camere dell’introduzione anche per Montecitorio e Palazzo Madama del tetto di 240 mila euro lordi annui che da maggio è in vigore per tutti i dirigenti dello Stato italiano e delle società partecipate.

L’articolo di Diodato Pirone per il Messaggero:

Ma, come Il Messaggero è in grado di anticipare, le presidenze sembrano orientate a far scattare un conto alla rovescia molto, molto, lungo. Probabilmente di 3/4 anni. Tale comunque da portare i moltissimi stipendi (si parla di 130/150 casi) che oggi superano quota 240 mila al di sotto di questa soglia entro il 2017 o il 2018. Niente taglio brusco, insomma. Come pure è accaduto a maggio per figure chiave come il Capo della Polizia o il Ragioniere Generale dello Stato per centinaia di altri dirigenti. Ma una sforbiciata graduale, possibilmente concordata con i sindacati, e che eviti una fuga di massa verso il pensionamento. Se infatti molti funzionari parlamentari dovessero scegliere la strada delle dimissioni si potrebbe verificare una esplosione della spesa previdenziale delle due Camere che – incredibilmente – costituisce già la voce più pesante dei loro bilanci.
La scelta di “andarci piano” deriva anche dal fatto che Camera, Senato, Quirinale, Corte Costituzionale e Cnel (fin quando esisterà) godono di una sorta di extraterritorialità: sono completamente autonomi da altri organi dello Stato, forze di polizia comprese.
DISCESA SULLA TERRA
E tuttavia, al sesto anno della Grande Crisi, anche Montecitorio e Palazzo Madama stanno scendendo da Marte. Non a caso, approfittando della riforma della Costituzione che sta cambiando il profilo del Senato, i senatori della Commissione Affari Costituzionali hanno inserito nel testo della nuova Costituzione un comma rivoluzionario che prevede l’unificazione delle due amministrazioni della Camera e del Senato.
Di qui anche le nuove regole del gioco sul terreno, rovente, delle buste paga. Già, perché lunedì le presidenze proporranno di ridurre – sempre gradualmente – circa 1.000 stipendi sui 2.325 pagati da Camera e Senato. La proposta che sarà presentata ai sindacati (che sono incredibilmente 11 per Camera e 14 per il Senato) prevede infatti una riduzione in più tappe di tutte le retribuzioni più alte, quattro ogni dieci. Come? con l’istituzione di più tetti, al di sotto di quello massimo dei 240 mila euro, che colpiranno tutt’e sei le categorie (dall’operatore tecnico al consigliere) nelle quali è inquadrato il personale parlamentare.
I tagli non saranno uguali per tutti ma andranno – sempre in 4 anni – da un minimo del 3% ad un massimo del 25% dello stipendio attuale. «Limiteremo l’appiattimento – conferma Paolo Fontanelli, deputato Pd e questore della Camera – Non intendiamo solo avviare un’operazione di equità ma anche puntare ad una ulteriore qualificazione del lavoro presso le Camere, introducendo anche criteri oggettivi di valutazione del merito e riaprendo i concorsi perché a 10 anni dalle ultime assunzioni c’è bisogno di personale giovane che faccia circolare nuove idee anche in questo comparto strategico della burocrazia italiana».
RIGUARDO SPECIALE
Comparto che, comunque, anche nei tagli continua ad essere trattato con un riguardo particolare. D’altra parte non è certo un segreto che gli stipendi del personale delle due Camere siano altissimi. La fotografia di oggi è persino inquietante: alla Camera e al Senato ogni 15/16 dipendenti ce n’è uno che supera il tetto dei 240 mila euro annui. Già perché ai 2.325 dipendenti delle due Camere è riservato un trattamento assai favorevole che funziona – grosso modo – così: stipendio alto già in origine, poi ogni due anni uno scatto all’insù del 2,5%. Attenzione, però, il 2,5% non è calcolato sulla retribuzione iniziale già corposa ma sulla busta paga gonfiata dal precedente scatto biennale del 2,5%. Dal ventesimo anno di servizio in poi gli aumenti sono di potenza geometrica, esplosioni di migliaia e migliaia di euro. Esempio: dopo 20 anni di lavoro un consigliere parlamentare (l’incarico più prestigioso al quale si accede dopo selezioni durissime) prende 228 mila euro annui. Dieci anni dopo è a quota 318.000. Al quarantesimo anno arriva a 358.000.

Siffatta progressione vale, in proporzione, anche per incarichi rispettabilissimi ma meno impegnativi come quello di commesso o di barbiere. Per queste figure lo stipendio dopo 20 anni di lavoro è di 90 mila euro lordi (4.500 netti per 12 mensilità) ma cresce del 50%, a quota 136.000, al 40esimo anno di attività. La legge dello scatto è micidiale. E vale (forse ancora per poco) per tutti, indipendentemente dal merito e dall’impegno dei singoli che – va detto a chiare lettere – fra i dipendenti delle due Camere sono molto diffusi.

Già, ma quanto risparmieranno le Camere con i nuovi tetti? Dipenderà da quando scatteranno, probabilmente non prima di ottobre e solo dopo una trattativa con i 25 sindacati. Ufficiosamente alla Camera di parla di 20 milioni alla fine del quarto anno (sui 274 milioni annui). Altri 10 milioni per il Senato (su 128). Sempre da spalmare in quattro anni.