Congo, dove i cannibali fermano gli islamisti

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 luglio 2015 13:44 | Ultimo aggiornamento: 20 luglio 2015 13:44
L'articolo di Paolo Mastrolilli

L’articolo di Paolo Mastrolilli

ROMA – “Hanno capito che non era uno di loro, perché non parlava Swahili. Allora lo hanno tirato giù dall’autobus dove viaggiava, l’hanno ucciso a sassate, gli hanno aperto il torace e mangiato il cuore”. Nel cuore del Congo le tribù cannibali così fermano l’avanzata dei miliziani jihadisti. A raccontarlo è un funzionario dell’Onu, come scrive Paolo Mastrolilli della Stampa: “Leggende? No, guarda, abbiamo visto le foto della testa abbrustolita mentre lo mangiavano”.

Le Allied Democratic Forces – spiega Paolo Mastrolilli – sono un gruppo nato in Uganda, che Kampala accusa di essere legato ai jihadisti somali di al Shabaab. Hanno invaso il Congo per mettere le mani su terre piene di risorse naturali, e da mesi cercano di imporsi col terrore. “Arrivano la notte nei villaggi – racconta una testimone che chiede di non essere identificata – e tirano fuori le persone dalle case. Poi le ammazzano a colpi di machete, donne e bambini inclusi”.

Per ricostruire la stabilità regionale, l’Onu ha varato la missione Monusco, la più grande e più costosa. Circa 20.000 uomini e 1,3 miliardi di dollari all’anno. La guida il tedesco Martin Kobler, e per la prima volta nella storia dei Caschi blu conduce operazioni militari offensive, supportate anche dai droni della compagnia italiana Selex. I problemi sono enormi, dal coordinamento con le forze armate del governo di Kinshasa, che dopo l’assassinio di Laurent Kabila nel 2001 è guidato dal figlio Joseph, fino ai ricorrenti abusi sessuali da parte degli stessi militari Onu, come gli ultimi ancora sotto inchiesta a Bunia. Però Monusco fa tutto, almeno nella zona orientale del Congo, compreso asfaltare le strade, e senza chissà che fine farebbe questo Paese. La collaborazione fra Caschi blu e governo aveva funzionato per debellare l’M23, la guerriglia filo ruandese, ma si è inceppata ora che bisognerebbe eliminare l’Fdlr, cioè quella hutu. Il pretesto che ha bloccato le operazioni a febbraio è stata la nomina di due generali congolesi che stavano nella lista nera dell’Onu per le violazioni dei diritti umani, ma la vera ragione è che l’Fdlr era alleato col governo durante la lotta all’M23, e quindi Kinshasa non vuole attaccarlo.
Il rischio terrorismo
Nel frattempo Kobler è riuscito a lanciare un’operazione contro i ribelli del Fronte Patriottico della Resistenza Ituri, che sta funzionando, e potrebbe ricostruire dal basso la collaborazione col governo. La nuova ombra però è l’Adf, che secondo il direttore del parco Virunga, Emmanuel de Merode, «è una formazione jihadista». L’intelligence non ha ancora provato l’affiliazione ad al Shabaab, Boko Haram o Isis, ma ha notato due fatti preoccupanti: il reclutamento attraverso l’Uganda, sulla direttrice che porta in Somalia; e l’uso degli «Ied», esplosivi con cui i terroristi hanno ammazzato centinaia di occidentali in Iraq e Afghanistan. Chi li ha portati in Congo? «Il collegamento con la jihad – mi ha detto Kobler dopo la sua ultima relazione al Consiglio di Sicurezza Onu – non è provato, ma non vuole dire che non esista. Non posso dare garanzie su come sarà la situazione tra un anno». In altre parole, se la jihad decidesse di investire sull’Adf, potrebbe aprire un fronte in Congo.
Futuro incerto
Non ci sono molti musulmani, ma una infinità di poveri che vivono ancora nelle capanne di fango, e sarebbero facilmente convinti dalla propaganda dei soldi. Tutto si gioca ora, perché nel 2016 sono in programma le presidenziali. La costituzione vieterebbe a Joseph Kabila di ricandidarsi, che usa la richiesta di ritirare Monusco come strumento di consenso nazionalista. A gennaio ha cercato di estendere il mandato, dicendo che prima di votare bisognava fare un censimento che avrebbe richiesto anni. Le proteste di piazza lo hanno spinto a fare marcia indietro, ma la stabilità del Congo dipende ora dalle sue decisioni.
L’ambasciatore italiano a Kinshasa, Massimiliano D’Antuono, dice che «questo è un Paese con potenzialità enormi. Dobbiamo impegnarci tutti affinché possa realizzarle». Il punto è tutto qui. Il Congo è il cuore dell’Africa, non solo perché ne occupa il centro geografico. E’ la sua metafora. Ha ricchezze di ogni tipo, dall’oro ai diamanti, fino al coltan con cui si costruiscono i cellulari, ma non riesce a gestirle per il bene di tutti. E’ minato da corruzione, guerra, rivalità tribali, però ha una chance enorme. E’ al bivio fra la possibilità di diventare leader della rinascita africana, e il pericolo di tornare all’orrore.