“Così difenderemo Internet dagli spioni”: Riccardo Luna su Repubblica

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 Novembre 2013 12:10 | Ultimo aggiornamento: 27 Novembre 2013 12:11
"Così difenderemo Internet dagli spioni": Riccardo Luna su Repubblica

“Così difenderemo Internet dagli spioni”: Riccardo Luna su Repubblica

ROMA – Il caso del Datagate, col furto di dati in Internet ordito direttamente dai servizi segreti americani, ha aperto il dibattito sulla sicurezza in Rete. Riccardo Luna su Repubblica ha scritto un articolo dal titolo “Così difenderemo internet dagli spioni”. Luna parla di una mega reunion di “capoccioni” ed esperti di internet che stanno cercando una soluzione a quello che, oltre che tecnologico, è anche un problema politico.

BlitzQuotidiano vi propone l’articolo integrale di Riccardo Luna:

Ci hanno rotto Internet. Non è come quando la connessione in casa non va e chiamiamo il tecnico. È molto più grave. Questa volta infatti la casa di cui parliamo è il mondo. E non c’è un problema di connessione personale, ma di sicurezza globale. Di più: è il senso vero della Rete ad essere in pericolo, il motivo per cui è stata progettata e costruita con cura e passione da migliaia di volontari in più di quarant’anni. Internet era, doveva essere, una piattaforma per far comunicare e collaborare le persone. Non per farle spiare. Eppure è esattamentequello che è accaduto. E non è finita: per restare alla metafora della casa, è come quando arrivano i ladri, scassinano le porte e le finestre e se ne vanno con una refurtiva. Ecco, i ladri — se mi passate il termine — sono la National Security Agency (ma non solo loro); la refurtiva sono i nostri dati, i triliardi di dati personali intercettati e trafugati “per la sicurezza nazionale americana”. E non importa il fatto che quei dati ogni giorno li affidiamo con preoccupante noncuranza a Google o a Facebook che poi li rivendono a nostra insaputa al punto da far dire a uno studioso di parte come Eugeni Morozov che dovremmo «odiare la Silicon Valley»: il furto resta.

Ma la cosa più importante da sapere è che le porte e le finestre scassinate sono le porte e le finestre del mondo digitale dove ormai passiamo gran parte delle nostre giornate. Ecco: quelle porte, quelle finestre, dopo il passaggio dei ladri sono rimaste aperte, con le serrature compromesse. Che vuol dire? Avanti il prossimo. E stavolta non avrà il paravento di un mandato federale e la discutibile aura di chi lo fa per proteggerci. Stavolta può essere chiunque.

«Ci hanno rotto Internet, dobbiamo ripararla!». Con questo obiettivo dichiarato, il 7 novembre scorso più mille e cento ingegneri e tecnologi di tutto il mondo si sono dati appuntamento a Vancouver, in Canada. Era l’ottantottesima riunione della Ietf, la task force degli Ingegneri di Internet. Si tratta di uno strano e per certi versi misterioso organismo crea-to il 16 gennaio 1986 in California con il compito di far collaborare tutte le persone interessate a migliorare gli standard e i protocolli che fanno davvero funzionare la rete. Avete presente le sigle in cui ci si imbatte navigando, tipo Http, Tcp/Ip, Url e simili? Quelle cose lì. I membri della task force sono tutti volontari, si autofinanziano, lavorano tutto l’anno divisi in commissioni via web, deliberano secondo una procedura consolidata — la “Rfc” — per cui le decisioni vengono inoltrate agli altri in attesa di commenti (“Rfc” sta perrequest for comments) e poi si procede con una larga maggioranza, ilrough consensus. Per partecipare non è neppure necessario iscriversi alla associazione: chi lavora, chi contribuisce davvero, è ammesso. Anche il summit di Vancouver era aperto a tutti. E ne sono arrivati più di mille, segno che il momento è grave. In un certo senso sono loro i veri Signori della Rete, non Google e Facebook. Perché senza di loro, senza le 4500 delibere che hanno assunto in quasi trenta anni di attività, semplicemente la rete non funzionerebbe.Per questo adesso si sentono chiamati in causa.

Da qualche mese li guida Jari Arkko, un ingegnere finlandese chevienedallaEricssonechehaun approccio molto pragmatico: «Gli standardcheabbiamocreatosisono rivelati vulnerabili, ora dobbiamo metterci al lavoro per la sicurezza di Internet e dobbiamo farlo adesso». Ma il vero protagonista a Vancouver è stato Bruce Schneier, 50 anni, newyorchese, una delle massime autorità nel campo della sicurezza informatica al punto che il quotidiano britannico The Guardian lo ha chiamato per analizzare i 200mila documenti della Nsa trafugati dall’ex agente Edward Snowden. È lui a guidare la rivolta degli ingegneri della rete contro i governi: «Internet è stato trasformato in una gigantesca macchina di sorveglianza globale», ha detto il professore aprendo la sessione plenaria. Il problema non è solo la Nsa: secondo Schneier, «siamo nel mezzo di una battaglia epica per il controllo del cyberspazio. Da una parte ci sono governi e multinazionali, dall’altra le persone, i movimenti dal basso, i dissidenti, glihacker e i criminali. Inizialmente Internet ha dato più potere ai secondi, creando uno spazio per comunicare e coordinarsi che a volte li ha fatti sembrare invincibili, ma ora le grandi istituzioni hanno reagito e stanno vincendo alla grande. Da come finirà questa battaglia dipende il futuro della rete e anche del mondo».

Il fatto di mettere assieme cittadini, dissidenti e criminali può apparire surreale e in fondo lo è, ma è proprio questo uno dei nodi che vanno sciolti per il futuro: è possibile usare la rete per scoprire i criminali senza limitare il diritto alla privacy dei cittadini? Vint Cerf, che è considerato uno dei papà di Internet, parlando a Washington la settimana scorsa, in una audizione al Congresso, l’ha messa giù molto piatta. «La privacy è una anomalìa», ha detto. Il suo ragionamento in soldoni è questo: per gran parte della storia dell’umanità non esisteva nessuna privacy, soloconlanascitadellegrandicittà è emerso un diritto del genere e in futuro quindi non è detto che sarà possibile garantirla. Va detto che da qualche anno Vint Cerf è diventato “evangelista capo” di Google, che in questa partita della privacy ha interessi economici precisi a usare quanti più dati personali possibili. Ma il pensiero di Cerf è tutt’altro che isolato. Un paio di settimane fa al World Business Forum di Milano l’ex direttore diWired Chris Anderson è stato ancora più netto: «La privacy? Non esiste. E lo scandalo della Nsa non è uno scandalo. Io prima pensavo che questi spioni fossero cattivi e inetti, ora so che sono solo cattivi, ma almeno mi proteggono».

In questa visione del mondo c’è però una buona dose di cinismo e una attenzione agli interessi economici eccessiva, protesta l’altro padredellaRete,l’ingleseTimBerners Lee, al quale dobbiamo, da vent’anni circa, il World wide web: «Quando tu levi ad Internet la dimensione di uno spazio personale sicuro, levi anche la capacità delle persone di risolvere problemi usando la Rete». Ora questo dibattito per nulla accademico è arrivato addirittura al palazzo di vetrodelle Nazioni Unite, dove Brasile e Germania stanno provando a far approvare una storica risoluzione che collega il diritto alla privacy nell’era digitale alla protezione di diritti fondamentali dell’individuo (naturalmente Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda sono contrari).

Il problema però non è soltanto politico. È tecnologico. Nel senso che il complesso delle operazioni messe in campo dalla Nsa e dal servizio segreto britannico hanno creato dei buchi nella Rete che ora chiunque può utilizzare agevolmente. Per questo il summit di Vancouver si è chiuso con la decisione di riscrivere molti standard e renderli più sicuri: partendo da un nuovoHttp,ilprotocollo-architrave, quello che ci consente di trasferire documenti con dei link. «Non sarà facile ma il nostro obiettivo è cifrare il 90 per cento del traffico web entro il 2016», dice Arkko. Ma sepassalalineacheilwebnonèpiù uno spazio sicuro e che occorre cifrare tutto, vanno in fumo i ricavi che le multinazionali oggi fanno con i nostri dati. Si spiega anche con questo scenario il pressing di offerte con cui Mark Zuckerberg sta corteggiando Snapchat, la app che consente agli adolescenti di scambiarsi foto che spariscono in pochi secondi senza lasciare traccia. Se spariscono i dati, spariscono i guadagni. E quindi meglio cifrarsi tutto da soli ma tenersi i dati. Google, Facebook, Yahoo! e Twitter hanno già provveduto. La battaglia per il controllo del cyberspazio è appena iniziata.