Gian Carlo Caselli: “La foto dello studente americano? Un fatto increscioso”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 Luglio 2019 10:05 | Ultimo aggiornamento: 30 Luglio 2019 10:05
La foto dello studente americano bendato

La foto dello studente americano bendato (foto Ansa)

ROMA – Il magistrato Gian Carlo Caselli, dalle pagine del Fatto Quotidiano, parla della foto dello studente americano bendato dopo il fermo per l’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. Foto che tanto ha fatto discutere in questi giorni.

“Un fatto increscioso – scrive Caselli – che tuttavia non può e non deve alterare l’ordinario sviluppo degli accertamenti, anche se definirlo stupido e controproducente è il minimo”.

“Ogni persona privata della libertà che sia custodita da un rappresentante della legge – continua – deve essere pienamente tutelata nei suoi diritti e protetta contro qualunque violenza o trattamento degradante. È un principio assolutamente inderogabile, scritto nella Costituzione ma prima ancora nelle regole di civiltà e nel buon senso. Prendiamo il caso di specie: esibire come un trofeo (sotto le fotografie di Della Chiesa e Falcone-Borsellino) un fermato sotto indagine bendato, equivale ad aprire nella linea d’accusa – per quanto fondata – faglie pericolose. Utili a chi voglia contestare anche solo in parte il rispetto delle regole che presidiano le modalità di assunzione e di utilizzabilità delle prove. Con esiti che potrebbero suonare offensivi per l’Arma dei Carabinieri, che non può restare impigliata nella sconsideratezza (per quanto imperdonabile) di questo o quel singolo; nonché per lo stesso carabiniere ucciso, che merita nient’altro che una verità piena, senza appannamenti di sorta. Per fortuna i pericoli sembrano scongiurati”.

“(…) Tanto premesso – spiega Caselli – tenendo altresì conto che la ricostruzione dei fatti operata dall’accusa si basa (sempre stando alle cronache) su fatti obiettivi di indubbio peso, come ad esempio il ritrovamento dell’arma del delitto, resta poco spazio – sul piano processuale – per le polemiche che i media USA hanno subito scatenato, confortati dalle tesi di un illustre avvocato, noto per aver fatto assolvere dall’accusa penale di omicidio della moglie il celebre atleta 0.J. Simpson, poi dichiarato colpevole da una giuria in sede civile. Certo è che se tutti abbiamo da imparare qualcosa dagli altri, gli Usa potrebbero anche ricordare che in Italia non si è mai dato un caso come quello del processo del 1969 a Bobby Seale, leader delle Black Panthers, imputato di associazione sovversiva che veniva accusato di oltraggio ogni volta che pretendeva di parlare. Finchè, per farlo tacere, il giudice dell’udienza (Julius Hoffmann) non lo fece legare alla sedia con una catena ed imbavagliare con nastro adesivo. Il merito del processo, in pratica, non fu neppure esaminato”.