Gli ultimi rifugi dei cristiani in Medio Oriente. Francesca Paci, La Stampa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 agosto 2015 12:31 | Ultimo aggiornamento: 10 agosto 2015 12:31
L'articolo della Stampa

L’articolo della Stampa

ROMA – “Ogni giorno che passa il caos avanza e noi arretriamo, le milizie armate combattono a poche miglia da Latakia, i cristiani vogliono andare via – scrive Francesca Paci della Stampa – La voce del pastore Fouad, raccolta dai ricercatori dell’associazione Open Doors International, arriva dall’ex capitale della Costa Azzurra siriana dove fino al 2010 facoltose famiglie russe villeggiavano nei resort balneari affacciati sul grande porto mediterraneo. Il passato è polvere, sepolto sotto le macerie della cruentissima guerra civile in cui è degenerata l’inizialmente pacifica rivolta del 2011 contro il regime di Assad, e quel che resta della comunità cristiana locale è l’epigono di un paese perduto.

Secondo gli autori della World Watch List, la lista delle persecuzioni anti-cristiani (la Siria 2015 è al quarto posto), la chiesa rappresenta una bella fetta dei 4 milioni di rifugiati all’estero e dei 6,5 sfollati interni. Certo, resiste un nocciolo duro: le foto delle nozze di Fadi e Rana, celebrate a giugno nella parrocchia scoperchiata di St George di Hamidiyah, a Homs, hanno fatto il giro della Rete. Per quanto impossibili da verificare, quelle immagini raccontano l’effettivo ritorno nella città riconquistata agli jihadisti di parte degli abitanti, tra cui 170 mila cristiani. Ma i 5 mila irriducibili di loro che, a detta della ong Aiuto alla Chiesa che Soffre, partecipano alla messa domenicale sono la pallida ombra di una presenza che un tempo costituiva il 10% della popolazione (2,5 milioni di persone).

I cristiani siriani, «una specie a rischio d’estinzione» secondo l’arcivescovo greco melchita di Aleppo Jean-Clément Jeanbart, sono la punta avanzata di un esodo che da una trentina d’anni riguarda l’intera regione. Sebbene il gesuita libanese Samir Khalil Samir dati l’origine del declino all’anno Mille («nel 1400 la percentuale era già al 10%, da allora i cristiani si sono protetti chiudendosi nelle loro enclave»), lo svuotamento delle chiese mediorientali è storia dell’ultimo mezzo secolo.
«Ci saranno ancora dei cristiani in Medioriente nel Terzo Millennio?» si chiedeva nel 1994 il diplomatico francese Jean-Pierre Valognes nel libro “Vie e mort des chrétiens d’Orient”. Allora prevaleva l’ottimismo. Oggi, molte guerre a bassa intensità dopo e nel pieno dell’offensiva ideologico-militare dello Stato Islamico, gli studiosi calcolano 12 milioni di cristiani disseminati tra Nordafrica, Medioriente, Turchia, Iran e ipotizzano che si tratti degli ultimi.
Le ragioni sovrappongono economia, religione e geopolitica: anche se la maglia nera dei persecutori tocca da anni alla Corea del Nord, il Medioriente è il campo di battaglia della resa dei conti tra l’occidente (associato che piaccia o no ai cristiani) e il resto del mondo.

«Non potremmo tornare in Iraq neppure volendo, non abbiamo più nulla, noi cristiani siamo una specie a rischio nella regione, tra 4 o 5 anni saremo rimasti così pochi che ci additeranno uno per uno» raccontano al Guardian Leila e Imad Aziz, accampati con mille famiglie cristiane in un centro commerciale della curda Irbil da quando il Califfato ha occupato Mosul lasciando a chi portava la croce al collo la “scelta” di convertirsi, morire o pagare la gravosa jizya, il tributo imposto alle origini dell’Islam alla Gente del Libro (ebrei e cristiani). Già all’indomani della guerra del 2003, assai prima dell’offensiva guidata da Al Baghdadi, almeno due terzi dei cristiani iracheni avevano abbandonato la terra in cui vivevano dai tempi di San Tommaso (sotto Saddam erano 750 mila, il 7% della popolazione). Otto mesi fa, il 22enne Ayad Imad annunciava i preparativi del suo ultimo Natale a Baghdad mentre nella piana di Ninive gruppi di suoi coetanei stufi di porgere l’altra guancia si armavano contro l’Isis.

«La fine del cristianesimo in Medioriente potrebbe segnare la definitiva sconfitta del secolarismo arabo» nota lo storico e orientalista William Dalrymple ricordando come sin dal XIX secolo i cristiani abbiano giocato un ruolo vitale nello sviluppo del secolarismo e del nazionalismo arabo, da Michel Aflaq, fondatore del partito Ba’ath, al diplomatico egizio-libanese George Antonius, autore del volume «Il risveglio arabo» (1938). Il luminare di Beirut Kamal Salibi sostiene che i cristiani mediorientali si sentano alla fine di un ciclo, «l’epilogo di 14 secoli nei quali la comunità si è distinta per intelligenza e capacità di leadership preservando al mondo arabo la definizione di arabo anziché musulmano».

Il Medioriente è più di un luogo geografico per i cristiani, è il Dna della fede, la caverna di Platone in cui si celebra il patto tra Dio e l’uomo. E la Chiesa della Natività, dove le più fedeli (ma non solo) s’inginocchiano implorando un figlio, ne è la quintessenza. Se in vent’anni i cristiani di Betlemme, schiacciati tra l’occupazione israeliana e il radicalismo di Hamas, sono scesi a meno del 12%, la speranza è davvero l’ultima dea. Tutti gli altri sono presidi, a partire dal resto di Cisgiordania e Gaza, dove del 20% che erano nel 1948 i discepoli di Gesù sono ormai l’1,5%. E poi la Libia(2,5%), l’Iran (1%), la Turchia in cui quell’1% di cristiani residui fa scudo dell’eredità di Atatûrk, il Libano che non arresta l’esodo di un terzo della sua popolazione neppure con la ripartizione settaria dei poteri, l’Egitto con i copti (10-15%) ostaggio di rivoluzioni e controrivoluzioni, l’Arabia Saudita che costringe la liturgia eucaristica nel salotto di casa.
Dio in fondo è un pretesto. Il mondo non è mai stato meno occidente-centrico di oggi e si prende la rivincita sui potenti di ieri, di cui la chiesa è un’icona. I cristiani pagano il prezzo. E il Medioriente, dove morde il freno l’Islam fondamentalista, presenta un conto salatissimo.