Il Fatto: “Coda di paglia e bugie. La politica dopo Genny ‘a carogna”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 Maggio 2014 10:37 | Ultimo aggiornamento: 5 Maggio 2014 10:39
Coda di paglia e bugie La politica dopo Genny

Genny ‘a carogna con la Coppa Italia

ROMA – Sabato è stato il giorno in cui i confini della legge, e della liceità della pratica sportiva nel nostro Paese, si sono incarnati nel parlamentino andato in scena allo stadio Olimpico di Roma tra il povero Marek Hamsik, capitano del Napoli, e il nerboruto Genny ’a carogna, capotifoso partenopeo con maglietta inneggiante all’assassino di un poliziotto.

Testimoni: un paio di silenti funzionari (forse del Napoli, forse della sicurezza). Coro greco: gli ultrà campani (con petardi e fumogeni). Spettatori: le istituzioni della Repubblica – il presidente del Consiglio Matteo Renzi, quello del Senato Piero Grasso, una pletore di seconde e terze file del potere – a guardare dalla tribuna d’onore, indecisi a tutto, persino ad andarsene davanti allo scempio di quanto rappresentano (ma Grasso avrebbe tanto voluto, ha scritto su Facebook).

Scrive Marco Palombi sul Fatto Quotidiano:

SE SABATO è il giorno del ministro Genny e del prefetto Marek, domenica è quello della coda di paglia istituzionale: non siamo nemmeno all’esprit de l’escalier – quello di chi trova la risposta puntuta solo quando è sulle scale di casa – ma al tentativo di rimozione dei fatti attraverso una tecnica che, per rimanere alla metafora calcistica, si potrebbe definire “buttare la palla in tribuna”. Comincia, di mattina, il Questore di Roma, Massimo Maria Mazza: “Non c’è stata nessuna trattativa tra Stato e ultrà per far giocare Napoli-Fiorentina, i 45 minuti di ritardo sono dovuti al fatto che la società campana ci ha chiesto tempo per far riscaldare i calciatori”. Superiori esigenze atletiche, insomma. Ma non solo: c’era pure quel problema che “si stava diffondendo la notizia che il ragazzo ferito fosse morto” e “i tifosi hanno chiesto di avere un colloquio coi giocatori per avere informazioni”. E così, invece di un annuncio dall’altoparlante, c’è stato il colloquio tra il buon Gennaro e Hamsik, il quale – interrotto il riscaldamento – s’è subito informato sul referto clinico di Ciro Esposito. I telespettatori, per sovrammercato, hanno potuto godersi la maglietta “Speziale libero” del capo tifoso (cosa ne pensa la vedova Raciti, che poi sarebbe la vittima di Speziale, lo leggete qui sotto). Quanto alla gestione dell’ordine pubblico, dice Mazza senza accenno di sorriso, “è andato tutto molto bene”. Seguiamo il ragionamento del Questore: alla fine s’è giocato (in ritardo, per carità, ma non è colpa nostra); gli scontri tra opposte tifoserie sono stati pochi; le magliette anti-Raciti vabbè, sono sfuggite, pure i petardi e i fumogeni, ma non si può avere tutto. E la sparatoria? Quello “è stato un fatto imponderabile, fatto da una persona sola che ha agito a volto scoperto a dimostrazione che non si tratta di un agguato premeditato da parte di altre tifoserie”. Il classico pazzo solitario, insomma, personaggio che apre il secondo atto – per così dire – della sceneggiata con cui già sabato la Questura ha comunicato ai media che la sparatoria non aveva alcun rapporto con la partita. Che la cosa sia stata innescata da odio tra i gruppi ultrà romanisti e napoletani, evidentemente, per il questore non rileva.

UNA VOLTA che Mazza ha ricostruito i fatti da par suo, ci ha pensato Angelino Alfano a portare la discussione sulla Luna: “Nessuna trattativa tra Stato e ultrà. Non sta né in cielo né in terra”, mette a verbale il ministro dell’Interno negando l’evidenza. Poi, già che c’è, butta lì il suo contributo: “Sto pensando al Daspo a vita, a divieti di accesso a vita allo stadio per chi viola determinati comportamenti. Ci sto veramente pensando”, rimarca come a sottolineare l’enormità della cosa.
Matteo Renzi, invece, non ritiene di intervenire. Il suo gesto simbolico – almeno quanto la sua impotente presenza all’Olimpico – è stato telefonare alla vedova Raciti: idea non originalissima, visto che ieri l’hanno fatto pure Alfano, Grasso e il capo della polizia Pansa.

I SINDACATI di polizia, comunque, non hanno gradito l’onore del proscenio concesso a Genny e alla sua maglietta: il Sap – quello degli applausi agli agenti condannati per la morte di Aldrovandi – ne ha approfittato per attaccare il capo della polizia e pure il Consap è stato della partita. Pure la politica ha dato il solito, spiacevole spettacolo da campagna elettorale (…)