L’Unità riapre, tutti contenti. Ma 95milioni li paghiamo noi. Storia e tappe

di Redazione Blitz
Pubblicato il 2 luglio 2015 15:37 | Ultimo aggiornamento: 3 luglio 2015 9:18
L'Unità riapre, tutti contenti. Ma 95milioni li paghiamo noi. Storia e tappe

L’Unità riapre, tutti contenti. Ma 95milioni li paghiamo noi. Storia e tappe

ROMA – La storia della rinata Unità, tornata in edicola il primo luglio 2015 è stata raccontata, con una carrellata sui suoi 90 anni di esistenza, da Massimo Donelli per il sito tvsvizzera.it. Il giornale fondato da Gramsci nel 1924 è tornato, a distanza di quasi un anno da quando aveva dovuto sospendere le pubblicazioni. Donelli, ripercorrendo la storia di finanziamenti pubblici ricevuti dall’ex organo del Partito Comunista. Infatti l’Unità (che smise di pubblicare il 1 agosto 2014) aveva accumulato una montagna di debiti: 95 milioni di euro per l’esattezza.

“Chi deve pagarli?”, si chiede Donelli. “Nel Paese in cui gli eredi di Enrico Berlinguer, pur continuando a proclamare la loro diversità etica, si sono bellamente dimenticati da tempo la questione morale (Mafia capitale docet), ecco che scatta l’inghippo ai danni del popolo bue. Così, a meno di un miracolo, a pagare sarà, come sempre, Pantalone…”.

Donelli spiega come sia stato possibile in passato scaricare i costi sui cittadini: “Infatti, il governo di sinistra guidato da Romano Prodi (l’Ulivo, ricordate?) ha scodellato una bella legge ad hoc che ha permesso di scaricare i debiti del quotidiano sulla Presidenza del Consiglio dei ministri, cioè sulle spalle dei contribuenti.

Oplà!

Il colpo di mano è stato fatto in piena estate con la legge numero 224 dell’11 luglio 1998. Prendersi la briga di leggerla e avere mal di testa è un attimo: non ci si capisce niente.

L’inghippo sta tutto nell’articolo 4.

Traducendolo dal burocratese all’italiano, dice che se un partito non può pagare i debiti del suo giornale e non gli si può pignorare nulla, allora i debiti passano in carico alla Presidenza del Consiglio, cioè ai contribuenti italiani”.

Donelli definisce questo provvedimento “una porcata”.

E la situazione in prospettiva non sembra migliore a Donelli: “Ma torniamo ai debiti. Davvero il Pd non possiede nulla da vendere per onorarli? Balle. Il Pd ha un patrimonio (2.400 immobili e altri beni) che gli permetterebbero di pagare sull’unghia e rimanere comunque proprietario di un tesoro.

E allora perché non scuce nemmeno un centesimo? Perché il senatore Ugo Sposetti, ha blindato il tesoro appartenuto al Pci in un complicato e inespugnabile fortino di fondazioni-cassaforte formalmente estranee al Pd. Che risulta, così, nullatenente…”.

Donelli parla anche dell’apparente contraddizione che colpisce in questa situazione il premier (ma anche segretario Pd) Matteo Renzi: “Renzi 1, da segretario del partito, riporta l’Unità in edicola e, fin qui, si è ben guardato dal rottamare Sposetti con il suo dedalo di fondazioni. Renzi 2, presidente del Consiglio, si ritrova un’ingiunzione di pagamento per i debiti del giornale”.

E quindi? Allergico a tutto ciò che ha un portato negativo, come ben sanno i lettori di Radio Monteceneri, Matteo ha affidato al sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, il compito di rispondere a una interrogazione parlamentare del Movimento 5 stelle che voleva vederci chiaro. Si è scoperto, così, che l’Avvocatura dello Stato e l’Agenzia delle Entrate stanno studiando il dossier per conto di Palazzo Chigi”.

Poi Donelli ripercorre le varie tappe della storia del giornale dalla caduta del Muro di Berlino (cioè da quando non sono più arrivati i soldi dall’Unione Sovietica), una cronologia (ragionata) di eventi che spiega anche come si è arrivati a un tale buco:

5 x 1000
  1. “Dal 1924 al 1996 l’Unità è l’”Organo del Partito comunista italiano”, come si può leggere sotto la testata. Per molti anni campa alla grande. Poi, con il crollo del muro di Berlino nel 1989, cominciano i guai. S’arresta, infatti, il flusso di denaro dalla disintegrata Urss (Unione delle repubbliche socialiste sovietiche) al Pci. E il giornale, così come il partito, non riesce più a far tornare i conti. Viene deciso, allora, di privatizzarlo. Ma, naturalmente, all’italiana. Ossia, si trovano degli imprenditori “amici” e li si prega di prendere in mano la patata bollente (in cambio di che cosa? Non lo sapremo mai, temo…).

  2. Così, nel 1997 la proprietà della testata passa a due giovanotti della Roma bene: Alfio Marchini, rampollo di una famiglia ricchissima di costruttori fondata dal nonno (che regalò al Pci la storica sede di via delle Botteghe Oscure: per la sua conclamata vicinanza ai comunisti fu soprannominato “calce e martello” ); e Giampaolo Angelucci, rampollo di una famiglia altrettanto facoltosa che opera nella sanità (il padre si è fatto da solo: era un portantino, ora è il più ricco tra i parlamentari italiani). Tutto a posto? No, purtroppo…

  3. Crollato il muro e scomparso il Pci, infatti, affonda, inevitabilmente, anche il giornale. E la società editrice si squaglia. Così il 28 luglio 2000 l’Unità muore una prima volta. E perché risorga bisogna trovare un nuovo imprenditore. Arriva, provvidenziale, uno del ramo, Alessandro Dalai, proprietario della Dalai Baldini & Castoldi, che porta con sé dentro la Nie (Nuova iniziativa editoriale) una cordata di volenterosi. Risultato: l’Unità torna in edicola il 28 marzo 2001. Finalmente al sicuro? Magari… Dalai getta la spugna già nel 2003 per dissidi con i vertici del partito e lascia la poltrona di presidente a Marialina Marcucci, rampolla di una ricchissima famiglia impegnata nel settore farmaceutico.

  4. Cinque anni dopo, il 20 maggio 2008, nuovo cambio di proprietà: l’Unità passa nelle mani di Renato Soru, fondatore di Tiscali, al tempo governatore della Regione Sardegna e oggi deputato europeo del Pd. E’ suo il 98% della Nie. E’ lui che nomina il nuovo direttore, una donna, la prima nella storia del giornale: Concita De Gregorio, inviata de la Repubblica.

  5. Soru, però, resiste solo fino al 13 giugno del 2012. Poi cede. O meglio: resta nella Nie, ma rinuncia alla maggioranza. A favore di chi? Entrano nell’azionariato una società di comunicazione che fa capo al Pd, una società legata alla Lega delle cooperative e un nuovo imprenditore amico. E’ Maurizio Mian, ricchissimo erede di una dinastia farmaceutica, che ha venduto l’azienda di famiglia, l’Istituto Gentili, ha blindato in una fondazione intitolata al suo cane, il pastore tedesco Gunther. Sembra uno scherzo, ma tra gli azionisti dell’Unità compare anche la Gunther Reform Holding. Nel frattempo Concita, fiutata l’aria, pensa bene di dare le dimissioni (7 luglio 2011) e…

  6. .…nonostante i milioni versati da…Gunther, i conti precipitano un’altra volta. Di nuovo l’Unità affonda. Ma di nuovo spunta un salvatore. E’ il turno di Matteo Fago, enfant prodige della new economy. Nel novembre 2013 diventa lui l’azionista di maggioranza del quotidiano. Senza rendersi conto di aver comprato l’ultimo biglietto per il…Titanic.

  7. L’11 giugno 2014, infatti, passati appena otto mesi, la nuova proprietà targata Fago annuncia di aver messo in liquidazione la sfigatissima Nie. Le casse sono vuote, il capolinea è dietro l’angolo. Il 30 luglio l’Unità esce, per l’ultima volta, in bianco. Sì, in bianco: una bandiera bianca che annuncia la resa. Ci sarà una terza resurrezione?

  8. Passa quasi un anno. Improvvisamente, la svolta. Domenica 3 maggio 2015, a Bologna, parlando dal palco della festa nazionale del Pd, Renzi annuncia: “Stiamo vedendo con Cuperlo alcune idee bislacche per l’Unità che tornerà in edicola”. Idee bislacche?

  9. Pochi giorni dopo ecco un altro imprenditore amico farsi avanti. E’ Guido Veneziani, editore di stampa popolare (Vero, Stop, Rakam, Miracoli), molto, molto rampante e neotifoso del premier. Ci siamo? No. Passano un paio di settimane, infatti, e…zac! Veneziani finisce in mano alla magistratura con l’accusa di bancarotta fraudolenta per il crac della Roto Alba, storico stabilimento tipografico della congregazione dei Paolini (quelli di Famiglia Cristiana) acquistato dall’editore nel 2012. Addio rilancio? Macchè!

  10. L’Unità da martedì 30 giugno 2015 riappare in edicola grazie a una nuova compagine azionaria. Socio di maggioranza è la società Piesse, detenuta al 60% da Guido Stefanelli, amministratore delegato del gruppo Pessina Costruzioni, e al 40% dal costruttore Massimo Pessina, presidente, appunto, del gruppo Pessina Costruzioni, adeguatamente “massaggiato” da il Fatto quotidiano per i suoi trascorsi. E – fate bene attenzione – tra malizie, insinuazioni e smentite, messo nel tritatutto da il Giornale e Libero per un megappalto edilizio ottenuto a La Spezia con la benedizione del Pd. I due quotidiani di area centrodestra, infatti, hanno individuato una curiosa sequenza temporale. Prima mossa: l’assegnazione dell’affare spezzino da 175 milioni di euro alla Pessina Costruzioni (denari pubblici, erogati dal ministero della Salute, a guida Pd; e dalla regione Liguria, allora a guida Pd) è avvenuta il 21 maggio. Seconda mossa: il varo della nuova compagine azionaria dell’Unità è avvenuto il 22 maggio. Quidi, sono passate appena 24 ore tra un evento e l’altro. Solo un caso? Per completare il quadro del quotidiano, Stefanelli è l’amministratore delegato della società editrice Unità srl, già alle prese con problemi sindacali, mentre alla direzione siede Erasmo D’Angelis, un fedelissimo renziano, affiancato da Vladimiro Ilic Frulletti (che per la defunta Unità seguiva come un’ombra Renzi). Entrambi arrivano (indovinate un po’?) dalla Toscana…”.