Tunisia, il terrore quotidiano degli operai italiani

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 Giugno 2015 7:00 | Ultimo aggiornamento: 29 Giugno 2015 16:03
L'articolo della Stampa

L’articolo della Stampa

ROMA – “Il lungomare – scrivono Marco Grasso e Alberto Parodi della Stampa – adesso sembra un luna park cupo a cui hanno spento le luci. Il paradiso degli occidentali si è trasformato in una prigione presidiata da elicotteri e soldati”.

Mentre i turisti, paradosso per una cittadina che vive su hotel e resort, sono diventati il pericolo da evitare: «Sono il bersaglio dei terroristi e abbiamo deciso di stare lontani dai luoghi che frequentano. Non andiamo a pranzo, ce lo facciamo portare in cantiere. E si cena a casa, senza uscire la sera. Almeno fino a quando la situazione non si sarà ristabilita».
Renzo Giacchero, 56 anni, è site manager di Ansaldo Energia nella centrale di Sousse, un impianto termoelettrico a ciclo combinato che l’azienda italiana sta costruendo alle porte della cittadina tunisina insieme a una ditta canadese. Vive nell’altra Sousse, quella dove gli stranieri non girano in costume ma con il caschetto. Sono settantacinque i tecnici italiani che vivono a pochi passi dall’albergo dove è avvenuto il massacro, molti dei quali liguri dipendenti della società genovese: «Ci siamo subito contati, per essere sicuri che fossimo tutti al sicuro. E siamo rimasti in cantiere, mentre il responsabile sicurezza è subito volato sul luogo dell’attentato per capire se ci fossero ulteriori minacce. Abbiamo protocolli di sicurezza molto rigidi. L’unico timore era per un collega, che stando all’elenco della Farnesina era ancora residente al Riu Imperial Marhaba di Port El Kantaoui,ma in realtà si era trasferito in una struttura gemella a Sousse, a pochi chilometri di distanza».

Campanello d’allarme
Non è il momento per perdere la calma. Ma qui, un campanello d’allarme, era già suonato, e molto prima della mattanza al museo del Bardo di Tunisi. Il 30 ottobre del 2013 un giovane, inseguito dalla polizia, si era fatto saltare in aria sulla spiaggia. Era morto solo l’attentatore. Le autorità tunisine la trasformarono in una mezza vittoria dell’intelligence. E gli italiani dell’altra Sousse – abituati a resistere a una vita nelle periferie di mezzo mondo, già dura di per sé senza bisogno dell’Isis – avevano rimosso quell’episodio come un brutto sogno, che scompare la mattina dopo ma lascia addosso una certa inquietudine. «Letto oggi forse quel fatto è stato sottovalutato – dice Giacchero – Prendiamo tutte le misure che possiamo. Ma la verità è che speriamo non tocchi a noi. Chi fa questo lavoro è costantemente esposto a rischi e non può vivere nella paura» (…)