Usa, addio al mito del “mattone sicuro”: troppe case invendute e prezzi in discesa

Pubblicato il 24 Agosto 2010 15:18 | Ultimo aggiornamento: 24 Agosto 2010 16:42

La casa di Chris Hall

Casa nido sicuro, investimento per i posteri, indice di sicurezza e di ricchezza, unico modo per preservare i risparmi dall’inflazione e guadagnarci in interessi. Ecco, scordatevi tutto questo perché la crisi economica ha intaccato la “sicurezza del mattone” che è stata un po’ il mito dal dopoguerra ad oggi. Questo trend è già realtà negli Stati Uniti e potrebbe arrivare presto anche in Italia dove il mito della casa-di-proprietà è innalzato all’ennesima potenza come fattore culturale predominante. In america, addirittura, le vendite di case esistenti sono crollate a luglio del 27,2% a 3,83 milioni di unità. Il dato è anche di gran lunga peggiore delle stime degli analisti che si attendevano un calo del 13,4% a 4,65 milioni di unità.

Un tempo la gente negli Usa comprava casa per mettere “in cassaforte” i propri soldi, con la prospettiva di rivenderla dopo qualche anno e guadagnarci circa il 10% ogni anno rispetto alla cifra di acquisto. Oltre a questo la casa veniva usata come garanzia per prestiti bancari così da usarla per pagarsi la macchina, l’università per i figli, le vacanze. Ora non è più così. L’esplosione della bolla dei mutui sub prime prima e la crisi economica mondiale poi hanno abbattuto di fatto il potere finanziario del mattone. Oggi negli Stati Uniti ci sono molte più case in vendita di quanto il mercato ne richiede. E questo porta a una progressiva loro svalutazione.

Insomma, in parole povere: le case costano sempre meno e se è vero che al momento dell’acquisto si pagano meno di cinque anni fa, è anche vero che quando si vanno a rivendere ci si perde. Le si riesce a vendere a un prezzo inferiore rispetto a quanto si è speso per comprale. Questo perché la svalutazione del mattone è un trend progressivo. Il valore medio delle case ha già perso il 30% dall’inizio della recessione. Un tracollo di queste proporzioni fa prevedere una frattura secolare, rispetto al trend del dopoguerra.