McEnroe contro Lendl: amarcord tennistico di una lotta infinita

Pubblicato il 28 Febbraio 2011 16:09 | Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio 2011 16:09

McEnroe

ROMA – Dopo 36 incontri ufficiali, dal 1980 al 1992, McEnroe e Lendl si ritrovano ancora una volta l’uno contro l’altro al Madison Square Garden di New York per un match di beneficenza, ma che per i nostalgici del grande tennis, e dei grandi due tennisti, è un appuntamento da non perdere. La rivalità infatti è storica perché tra i due non è mai intercorsa la stima che unisce, ad esempio, i grandi di oggi, Federer e Nadal: non solo reciproci ammiratori, ma amici.

McEnroe, intervistato da Repubblica, spiega, racconta, ricorda: “Certo che mi ricordo dei match con Lendl. Vuoi che mi sia dimenticato? Vabbè, adesso è una rimpatriata, pagata anche bene dalla BNP, una banca che certo sta meglio delle nostre americane. Come nel tennis, dove, scomparso io, in America non si è più visto nessuno. Lendl, dunque, anche se ormai è quasi yankee quanto me, sta qui vicino a New York, e non pensa a ritornare nella vostra fottuta Europa. Ma torniamo al 1980, quando io avevo appena finito di provocare il ritiro del tuo amico Borg, avevo finito di spiegargli che il vero tennis non sono solo corse e arrotate, ma ben altro, invenzioni a tutto campo e la mia benedetta manina, altro che. Appena mandato in pensione Borg, eccone un altro, da un altro paesino europeo, questo Lendl. Ancora più alto, più grosso, più serioso, non meno regolare e quindi noioso. La prima volta, se ti ricordi, non lo vedo neanche, nella tua Milano. Ci riprova allo Us Open, quando tu hai tirato sedia a uno spettatore che lo chiamava fottuto comunista, perché tra tutte le sue colpe quella proprio non l’aveva. Anche lì non gliela faccio vedere”.
McEnroe poi prosegue: “Ma d’improvviso accade nella mia vita qualcosa di cui non voglio parlare, e quei geni degli statistici avranno segnato che lui mi ha battuto

Lendl

sette volte di fila, mentre io in pratica andavo in campo pensandoai miei bambini senza mamma, e cosa poteva fregarmene se dicevano che Mr. Lendl aveva trovato la tattica per tenermi dietro e sommergermi. Già, sommergermi. Si è visto poi, non appena io ho ripreso a vivere, come fosse miracolosa la sua geniale tattica. Otto volte di fila l’ho mandato a casa, a consolarsi con la sua collezione di Alphonse Duchy. E poi son venuti gli ultimi anni, quelli in cui pensi che sarebbe meglio smetterla, ma come fare, se non hai pronto un altro mestiere, e intanto le maledette racchette diventano sempre più facili per tutti quelli che non hanno la manina, come Lendl, e quegli strumenti che parevano violini diventano fottute mazze da wham bang thank you ma’am. Ma ero già in pensione. Con la testa”.

Lendl invece ricorda: “Comodo prescindere dalle mie 21 a 15 vittorie, ma soprattutto dagli ultimi 6 match a zero, o se preferisci 11 a 1. Comodo il papà John sr., avvocato, la mamma Kathy casalinga, il liceo e addirittura il club di Long Island vicino a casa. Non avevo voluto rifare i drammi della fuga da Praga di Martina Navratilova, io, e avevo dovuto aspettare anni, prima di rivedere i miei, entrambi giocatori, mamma Olga e papà Jiri, a bordo campo. E non ci hanno creduto in molti, anche se tu lo hai scritto, che la presenza di mia madre, al Roland Garros 1985, fosse stato il segno di una rinascita, ma proprio in senso etimologico, una seconda nascita. Perché, sin lì, dopo un avvio contro un tipo più forte, i casi delle nostre vite mi avevano dapprima favorito, poi sommerso, da quell’emigrante che ero diventato. Non ha mai suggerito a nessuno dei tuoi colleghi il perché di tutte le mie sconfitte nelle prime finali degli Slam. Sì, tu l’avevi scritto, e ti sono grato. Ma, senza la presenza di Olga, e quei suoi gesti insieme di fiducia, e, i palmi delle mani rivolte verso il cielo, il suo suggerimento, io non l’avrei sconvolto a furia di lob, il nostro Mac,non avrei vinto il primo dei miei otto Slam. Avrebbero potuto essere il doppio, partendo dalle finali di New York del 1982 e ‘83, contro quell’altro fottuto di Jimmy Connors, capace di insultarmi, sottovoce, ai cambi di campo. Potevano essere di più, ma l’unico, vero, autentico dolore è Wimbledon. Non esserci riuscito, lì, con tutti i tentativi, addirittura i sacrifici, è una ferita che niente potrà mai guarire”.