Totti, Di Francesco, Roma: troppo buonismo per un De Rossi senza scuse

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 novembre 2017 14:50 | Ultimo aggiornamento: 27 novembre 2017 14:50
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Da Totti a Di Francesco, “buonisti” di Roma perdonano De Rossi

ROMA – Totti più di tutti. Ma anche, sia pure con maggior misura, Di Francesco. E un po’ purtroppo tutta la Roma romanista. C’è, spira forte in città, almeno a livello di squadra, società calcistica e stampa affezionata, un’aria buonista assai nei confronti di Daniele De Rossi.

Un Daniele De Rossi senza scuse. Inescusabile senza se e senza ma. Non aveva nessun motivo, neanche ultras, per mollare quello schiaffo all’avversario. Quel colpo ( a Roma lo chiamano “pezza” per  distinguerlo da un debole e inoffensivo buffetto) Daniele De Rossi lo ha sferrato solo e soltanto perché gli veniva da dentro. Da un dentro di sé irresponsabile.

Fuori non ce n’era nessun motivo, quello schiaffone non serviva ad evitare un gol, non veniva dopo un fallo subito, non era la reazione inconsulta a un colpo altrui. Niente, De Rossi mena l’avversario perché…mena. Punto.

E così facendo fa un danno in classifica non da poco alla sua squadra. Così facendo carica la Roma calcio di un handicap in campionato. Così facendo fa danno collettivo. Senza ragione, senza un perché, sia pure un perché distorto. L’unico perché è perché non si tiene…

Di Francesco ha esordito battezzando l’atto inconsulto di De Rossi “una ingenuità”. Poi si è andato correggendo un po’ fino ad approdare ad “una sciocchezza”. Troppo buono l’allenatore verso De Rossi. E tutto da vedere se parole così pacate, troppo pacate, non finiscano per costituire alibi per tutto quello che a Roma si chiama “l’ambiente”. Ma Di Francesco doveva e deve anche fare appunto l’allenatore, conservare l’unità del team. Insomma una dose di buonismo è nel ruolo. Di Francesco ce ne ha messa troppa, ma in parte non poteva farne a meno.

Totti invece poteva fare a meno di prendere fischi per fiaschi. Che c’entra “quel che De Rossi ha fatto negli anni e non può essere dimenticato” con le conseguenze necessarie e doverose che dovrebbero appunto seguire al suo menare in campo? Non c’entra nulla il passato e anche il presente glorioso di un bravo calciatore. De Rossi è bravo calciatore e a lungo ha giocato bene e con passione nella Roma. E allora questo costituisce attenuante, esimente? Quante belle partite e quanti allenamenti vale sulla bilancia di Totti una “pezza” in faccia all’avversario senza motivo?

Non c’è la misura perché le due cose non c’entrano, non ci azzeccano proprio, non collimano, non combaciano. E, peggio ancora, il fatto che De Rossi sia “il nostro capitano” non è come Totti accredita una buona ragione per essere buonisti con lui. Capitano vorrebbe dire responsabilità, capacità di assumersele.

Ecco, De Rossi non ha ucciso nessuno. Ha semplicemente fatto senza motivo danno alla squadra, alla società, ai compagni, ai tifosi. Non merita nessuna punizione esemplare ma neanche la sospetta, caramellosa e sostanzialmente omertosa copertura che gli si sta facendo intorno. Tutto andrebbe a misura de De Rossi capitano pubblicamente si assumesse la responsabilità di aver fatto non una ingenuità e neanche una sciocchezza e neanche un errore. Si assumesse la responsabilità di un pensiero e di un fare sbagliato alla radice e nocivo. Ma purtroppo questa misura sembra ignota al mondo del calcio in cui abbondano e strabordano avvocati difensori e dispensatori di assoluzioni.

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