Recensione: It – Capitolo 2. Non si galleggia più

Giuseppe Avico
Pubblicato il 7 Settembre 2019 21:35 | Ultimo aggiornamento: 7 Settembre 2019 21:35
Recensione: It - Capitolo 2. Non si galleggia più

Recensione: It – Capitolo 2. Non si galleggia più

ROMA – Capace di aggiudicarsi il primato al box office, capace di portare in sala migliaia e migliaia di persone, capace di far parlare di sé neanche fosse l’ultimo film sulla terra, capace di… No, non credo abbia altri meriti specifici. Stiamo parlando ovviamente di It – Capitolo 2, seguito tanto atteso di It del 2017 di Andrés Muschietti sul clown più famoso del cinema, Pennywise. Se il primo capitolo è diventato presto il film horror con maggiori incassi nella storia del cinema, possiamo solo immaginare quanto questa seconda parte possa incassare. Stiamo parlando di box office, numeri e statistiche per i produttori che in verità poco hanno a che vedere con la qualità del film.

Sono passati 27 anni dagli eventi del primo capitolo. I piccoletti di Derry, una volta annientato Pennywise, si eclissano e chi si è visto si è visto. L’unico a rimanere nella piccola città è Mike Hanlon, il quale non sembra dimenticare quanto accaduto. Mike avverte il pericolo, capisce che Pennywise, in arte It, è tornato. Forte della promessa consacrata nel primo capitolo, contatta i suoi vecchi amici, perché solo loro possono sconfiggere Pennywise una volta per tutte. Il club dei perdenti si è riunito ed è pronto ad affrontare ancora una volta il clown danzante.

Il primo capitolo, pur avendo tanti difetti, riusciva in qualche modo, chissà forse per alchimia, ad intrattenere nella maniera giusta senza esagerare, senza gonfiare grossolanamente tutte le sequenze più horror della pellicola; così come le parti più comiche, le quali riuscivano ad incastrarsi piuttosto bene nei legamenti narrativi. Purtroppo, chissà forse per il budget esorbitante a disposizione o per una qualche sostanza allucinogena, in questo secondo capitolo si assiste al rovesciamento dei meriti e si ottiene un guazzabuglio di mediocrità narrativa e scenica. Credo che sia molto più semplice metterla in questo modo: le parti horror non fanno paura e la parti comiche non fanno ridere. Ma cerchiamo di rimpolpare un po’. Il regista, Andrés Muschietti, ha accettato la sfida di portare sul grande schermo un’opera tanto imponente quanto sfaccettata come quella di Stephen King, che a posteriori era meglio lasciare su carta. Se nel 1990 usciva quella miniserie che tanto ha fatto discutere, che tanto ha spaventato e che, irrimediabilmente, è invecchiata molto male, l’operazione proposta con questi due film è più legata alla furbizia che alla qualità. Muschietti coraggioso? Forse, ma con una valigetta piena di dollari sonanti in mano anche Topo Gigio lo sarebbe. Parliamo di grosse produzioni, parliamo di un brand, quello di It, capace di risvegliare i più dal torpore per spingerli nelle sale armati di Coca-Cola e popcorn. Il successo al botteghino è solo una naturale conseguenza. Ma parliamo di questo film. Forse il suo più grande difetto, oltre ad una sceneggiatura inconsistente e dialoghi da scuola elementare, risiede proprio nella voglia quasi incontinente di strafare. Insomma, di farla necessariamente fuori dal vaso. Per questo, sfido chiunque di voi a cogliere quelle parti che non sono state realizzate in CGI. Cosa rimane? Probabilmente un cortometraggio. Dov’è il film?! Effetti speciali di un certo livello, si fa per dire, che avvolgono lo schermo per quasi 3 ore di film. A tratti imbarazzanti. Un ritmo accelerato per favorirne l’intrattenimento e la fruizione, oltre che per spingere a forza tutto il materiale a disposizione e gli elementi del libro. Un ritmo così sostenuto da far rimpiangere il buon vecchio Michael Bay, pensate un po’ fin dove si arriva. Parlavamo della sceneggiatura, sì ma quale? Perché se gli effetti visivi non fossero già di per sé orribili, anche la narrazione risulta superficiale, a tratti fastidiosa, troppo spesso inconcludente. E non venitemi a parlare di morale finale. Quello che manca a questo film è proprio la componente emozionale, insomma qualcosa che possa penetrare lo schermo e arrivare direttamente allo spettatore, qualcosa che rimanga anche dopo la visione. E poi i jumpscare, quei maledetti saltelli su poltrona. Basta. Più telefonati di una chiamata della nonna per il compleanno. Certo, qualche elemento del libro emerge, ma troppo spesso sono le cose sorvolate o ancor peggio le cose reinterpretate a gridare al delitto in stile Alex DeLarge. E in tutto questo cocktail di pessimo cinema, anche le interpretazioni dei vari attori risultano scadenti, perfino quelle di James McAvoy e Jessica Chastain. Sarebbero stati più credibili se si fossero aggirati sul set spaesati e confusi mentre un qualunque regista li avesse filmati di nascosto. Qualcosa di positivo c’è? Sì, qualcosina. Le musiche di Benjamin Wallfisch, titano musicale di Blade Runner 2049, non sono affatto male e sicuramente ben si prestano. Ma alla fine è come comprare un costoso tappeto persiano e metterci sopra la lavatrice. Poi il cameo di Stephen King e la maglietta di Neil Young. Simpatico, cortissimo. Ma di certo non basta.  

In conclusione si tratta di un’operazione commerciale buona solo per i profitti, non certo per lo spettacolo. In conclusione sarebbe bene che Pennywise, personaggio kinghiano per eccellenza, restasse confinato nelle pagine di quello splendido libro e nelle paure di chi lo ha letto. In conclusione sarebbe meglio che Muschietti cambiasse genere e passasse alla commedia, gli sarebbe forse più congeniale. In conclusione concludo concludendo che fareste bene a dedicarvi per 3 ore ad altro, piuttosto che a questo film. Sconsigliato anche alla persona che più odiate. Voto: 3/4.