Coronavirus: ristoranti e Comune di Roma per autocertificazione clienti. L’avvocato è contento, il medico no

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 24 Aprile 2020 13:26 | Ultimo aggiornamento: 24 Aprile 2020 13:26
Coronavirus Fase 2: ristoranti e Comune di Roma per autocertificazione clienti. L'avvocato è contento, il medico no

Coronavirus: ristoranti e Comune di Roma per autocertificazione clienti. L’avvocato è contento, il medico no (Foto d’archivio Ansa)

ROMA – Al ristorante con l’autocertificazione. Andrà, anzi potrebbe andare così nella Capitale.

Le associazioni di categoria lo chiedono e i rappresentanti del Comune di Roma valutano.

Un’autocertificazione in cui il cliente dirà, ovviamente, di essere sano e non aver nulla a che fare col coronavirus.

Un pezzo di carta che metterà al riparo il gestore da eventuali cause. Avvocati soddisfatti, medici meno.

Che fossimo il Paese degli azzeccagarbugli lo suggeriva già Alessandro Manzoni, e anche in tempi di emergenza, di pandemia e lockdown siamo qui a confermarlo.

L’idea allo studio dell’amministrazione per venire incontro alle richieste di un settore disastrato dell’economia – come tutti o quasi tra l’altro – è riportata, con tanto di virgolettato, dalla cronaca di Roma del Corriere della Sera: per accedere nei ristoranti sarà richiesta “un’autocertificazione sul proprio stato di salute da compilare dal cliente per tutelare l’imprenditore da eventuali conseguenze di comportamento scorretto”.

Nulla di definitivo, per carità. Ma basta la bozza caldeggiata dalle associazioni dei commercianti di categoria e allo studio dell’amministrazione per capire come questa sia una soluzione-non soluzione.

Una soluzione buona cioè ad evitare guai legali, buona a riaprire e ricominciare a lavorare.

Esigenza importantissima specie per quelle famiglie che con un’attività simile vivono.

Ma una soluzione che in realtà non affronta e nemmeno sfiora il problema vero: quello della salute e del possibile contagio.

Scrivere infatti su un foglio di carta che non si è contagiati non vale assolutamente nulla dal punto di vista medico e per la sicurezza degli altri clienti.

E questo perché chiunque può scrivere il falso, consapevolmente o inconsapevolmente.

Mentirà certamente chi infetto consapevolmente deciderà di uscire e mentirà chi, non sapendo di essere contagiato, deciderà di andare a cena.

In buona o cattiva fede il risultato sarà comunque lo stesso.

E’ impossibile fare tamponi e verificare lo stato di salute di 60 milioni di italiani, è vero.

Ma perché pensare una pantomima come quella dell’autocertificazione che mette al sicuro i ristoratori dalle cause legali ma non dal contagio?

A che pro? Nella speranza di riprendere prima a lavorare? Speranza miope perché un nuovo boom di contagi causerebbe forse una nuova chiusura e certamente un altro crollo negli avventori.

Meglio lavorare allora sulle distanze dei tavoli, sugli schermi in plexiglass, sui tavoli all’aperto magari anche con deroghe agli attuali limiti almeno nel periodo caldo dell’anno e – se lo studio cinese venisse confermato – sulla sistemazione dei condizionatori che potrebbero funzionare da amplificatore per i contagi.