Mafia, boss del pizzo scarcerati dopo un mese. Vittime che avevano denunciato esposte alla vendetta

di redazione Blitz
Pubblicato il 20 febbraio 2018 10:04 | Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2018 10:06
Fa discutere la decisione del Tribunale del riesame sui boss del pizzo di Agrigento

Fa discutere la decisione del Tribunale del riesame sui boss del pizzo di Agrigento

PALERMO – Boss del pizzo scarcerati dopo un mese. Le vittime che avevano denunciato ora sono esposte alla vendetta. Per la prima volta infatti decine di commercianti e imprenditori della provincia di Agrigento per anni vittime del racket hanno iniziato a collaborare con gli inquirenti facendo nomi e cognomi degli esattori del pizzo, rompendo il muro dell’omertà. Molti estorsori però sono tornati liberi dopo la decisione del tribunale del Riesame di annullare i provvedimenti cautelari emessi per taglieggiatori e capimafia. E vittime e carnefici tornano a trovarsi faccia a faccia, con le prime esposte ad eventuali ritorsioni per vendetta.

Un paradosso che accade nell’agrigentino, teatro a fine gennaio della più grossa operazione antimafia mai fatta nella zona. Cinquantotto arresti, con boss di prima grandezza finiti in cella insieme ad esattori del pizzo, gregari e prestanomi.

L’hanno chiamata “operazione Montagna” perché a tappeto sono stati disarticolati i vertici di tutti i clan dell’area montana. Cosche come quella di Raffadali, Aragona, S. Angelo Muxaro e San Biagio Platani, Santo Stefano di Quisquina, Bivona, Alessandria della Rocca, Cammarata e San Giovanni Gemini si sono svegliate “orfane” dei loro capi.

In 21, ma potrebbe essere solo l’inizio, hanno già lasciato il carcere su disposizione del tribunale del Riesame di Palermo che ha annullato una sfilza di provvedimenti cautelari. Alcuni a carico di storici capimafia.

Il tribunale del Riesame si è preso 45 giorni per il deposito della motivazione delle decisioni. Prima di allora la Procura non potrà ricorrere in Cassazione, quindi nel frattempo gli scarcerati restano liberi. Paradossalmente, invece, rimane in carcere un presunto ex capomafia di Favara che, dalla fine di gennaio, ha cominciato a collaborare con i magistrati che hanno coordinato l’inchiesta.

Quaranta, che si è detto ormai “deluso” da Cosa nostra e per questo ha scelto di parlare coi pm, ha ammesso di avere rivestito un ruolo di vertice nel clan fino al 2013-2014, ha parlato di estorsioni e di traffico di stupefacenti e ha indicato i capimafia della provincia.

Le udienze davanti al tribunale del Riesame continueranno nei prossimi giorni. E se, come si sospetta, alla base degli annullamenti c’è un vizio formale come il difetto di motivazione dell’ordinanza emessa dal gip, che per i giudici non sarebbe stata sufficientemente argomentata, le porte del carcere potrebbero aprirsi per decine di altri detenuti.

L’indagine racconta di una mafia che parla un linguaggio antico, perpetua organigrammi tradizionali, fa affari con la droga e le estorsioni e si vanta di esistere “fin dalla storia del mondo”.  Ma non disdegna business nuovi. Ovunque ci siano fondi pubblici su cui mettere mano i clan accorrono. Compresa la gestione delle cooperative che si occupano dell’accoglienza dei migranti.