Nave Diciotti, operatrice racconta: “Abbiamo accolto 27 scheletrini”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 agosto 2018 18:58 | Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2018 18:58
Nave Diciotti, la testimonianza sui minori: accolti 27 scheletrini

Nave Diciotti, operatrice racconta: “Abbiamo accolto 27 scheletrini”

ROMA – I migranti minorenni a bordo della nave Diciotti sono sbarcati nel porto di Catania. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Mentre gli altri 150 migranti restano a bordo dopo giorni dall’approdo nel porto italiano, il racconto di una operatrice di Terre des Hommes che ha assistito i ragazzi descrive le loro condizioni di salute. “Abbiamo accolto 27 scheletrini”, dice la donna in una testimonianza accorata e carica di dolore.

Il racconto dell’operatrice è stato pubblicato proprio dalla ong Terre des Hommes: “Abbiamo accolto 27 scheletrini, il più magro sarà stato un po’ più basso di me e sarà pesato una trentina di chili, la gamba con lo stesso diametro del mio polso. Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno era tutto e solo orecchie. Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno non riusciva a camminare perché era pieno di dolori. Abbiamo accolto 27 scheletrini, tre avevano delle bende lerce al polso, al piede e al braccio sparato. Abbiamo accolto 27 scheletrini, comprese due splendide fanciulle”.

La testimonianza poi prosegue: “Mentre li guardavo, seduti a terra e delimitati da transenne, mi sentivo la ricca e bianca signora europea che si reca la domenica pomeriggio allo zoo umano, così, per vedere l’effetto che fa. Il mio è un lavoro fatto di parole, come gli essere umani. Ieri sera eravamo in grosse difficoltà con la lingua, i fanciulli erano tutti eritrei tranne una ragazzina somala. Il mediatore non era potuto essere presente. A volte non restava che guardarci, domandarci con gli occhi ‘Ma quindi come va, come ti senti?’. ‘Ma tu chi sei? Perché mi guardi? Che vorresti dirmi?'”.

“E mentre ci scambiavamo questi sguardi – conclude – io pensavo, a dispetto della incredibile magrezza, della scabbia, delle orecchie a sventola, dei capelli arruffati di salsedine, delle bende lerce, del braccio sparato… pensavo che erano proprio belli. Mi ripetevo questo, ‘Che belli che siete’, e posso solo immaginare la mia faccia inebetita di fronte a tanta resilienza e, soprattutto, al permanere della capacità di fidarsi dell’altro”