Iraq, a Mosul viaggio tra i cristiani perseguitati che vivono nelle catacomba

Pubblicato il 8 Gennaio 2011 18:16 | Ultimo aggiornamento: 8 Gennaio 2011 18:16

Si vive tra i kalashnokov, attendendo un ennesimo attentato, come a Baghdad il 31 ottobre, come ad Alessandria d’Egitto il primo gennaio: così si vive nella Mosul raccontata sul Giornale da Gian Micalessin. Soprattutto, così vivono i cristiani, la minoranza, tra la diffidenza e l’odio, anche dei musulmani.

Di attentati ce n’è, più di quanto non parli la stampa occidentale. Come quello all’ex caserma del colonnello Shamel Ahmed Ugla: “Era il poliziotto più coraggioso, il nemico numero uno degli estremisti musulmani, racconta al Giornale monsignor Amel Nona. A Natale hanno ucciso anche lui. Sono arrivati in tre con le cinture esplosive. Uno è entrato nel suo ufficio, lo ha sa lutato, si è fatto esplodere davanti alla sua scrivania. Immagina cosa posson far di noi”.

Solo due giorni fa, alla vigilia dell’Epifania, sempre in quella zona, vicino alla cattedrale di San Paolo, sono stati trovati due giubbotti esplosivi e sette ordigni.

Ma monsignor Nona almeno è vivo. Non come monsignor Paul Raho, vescovo martire rapito dai fondamentalisti nel 2008 e ri tro vato cadavere dopo due setti mane di prigionia. “Qui la fede è testimonianza. Qui la fede è presenza. Qui noi cristiani viviamo di nuovo nelle catacombe. Qui sfidare la paura, metter fuori la testa significa dare l’esempio, impedire l’esodo, fermare la fuga che ci assottiglia”, spiega Nona. Una fuga che solo lo scorso 31 ottobre si è portata via altre 200 famiglie cristiane.

Per chi resta però oltre alla preghiera c’è l’azione. Come nel piccolo convento in cui vivono tre suore e 25 ragazze orfane. Tra loro Saussan Michail Georgi, 25 anni, che va all’Università a capo scoperto, sfidando il silenzio di mille veli e di un mondo che ti guarda come un’intrusa.

Se hai fede di Ansar Islam non ti può far paura, se credi sai che non ti puoi piegare” ripete Saussan con lo stesso sorriso regalato da tutti i volti di questo convento.

La stessa fermezza serena di suor Etor nel difendere le “sue” ragazze: “Volete che le mie ragazze si vestano come le vostre, volete che si nascondano sotto il velo, volete che io vi regali delle nuove musulmane? Beh scordateve lo, non pensateci nemmeno per chè se siamo differenti è perchè noi siamo cristiani e voi musulmani”.

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