Libia, da Gheddafi all’Isis: cronologia di quattro anni terribili

di redazione Blitz
Pubblicato il 15 febbraio 2015 17:59 | Ultimo aggiornamento: 15 febbraio 2015 22:48
Libia, da Gheddafi all'Isis: cronologia di quattro anni terribili

(Foto Ansa)

TRIPOLI – A quattro anni dalla rivolta contro il dittatore Muammar Gheddafi, le speranze della primavera araba si sono spente tra la violenza delle milizie e l’indifferenza dell’Occidente, lasciando il terreno ai jihadisti dell’Isis.

Ecco una breve cronologia dei fatti accaduti in Libia, negli ultimi quattro terribili anni:

17 FEBBRAIO 2011 – Alcune migliaia di persone scendono in piazza a Bengasi, il 15 febbraio, nell’anniversario del massacro nel carcere di Abu Slim di Tripoli del 1996. Due giorni dopo le proteste si allargano ad altre città e sull’onda delle rivolte arabe di quei mesi prende il via la ‘Rivoluzione del 17 febbraio’ contro il colonnello.

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19 MARZO 2011 – La Francia avvia i primi raid aerei contro le truppe di Gheddafi che minacciano la popolazione civile di Bengasi, decisi in base a una risoluzione Onu.

Il 31 MARZO la Nato prende la guida dell’operazione cui partecipa anche l’Italia.

23 AGOSTO 2011 – A Tripoli il quartier generale di Gheddafi cade nelle mani dei ribelli. Il rais è in fuga, verrà ucciso il 20 OTTOBRE a Sirte. Il Consiglio nazionale transitorio dichiara la “liberazione” della Libia.

7 LUGLIO 2012 – Prime elezioni libere nel Paese, dopo 42 anni di dittatura, per il Congresso nazionale. Vince l’Alleanza delle forze nazionali dei moderati laici di Jibril, ma il Paese è già in preda alle violenze delle milizie, ex ribelli che non hanno ceduto le armi dopo la caduta del regime. In Cirenaica si rafforzano le spinte autonomiste.

11 SETTEMBRE 2012 – Il consolato Usa a Bengasi viene attaccato dal gruppo qaedista Ansar al Sharia. Muoiono l’ambasciatore Chris Stevens e altri tre americani.

12 GENNAIO 2013 – Il console italiano a Bengasi, Guido De Sanctis, scampa a un agguato. La sede diplomatica chiude i battenti. Nei mesi successivi altre ambasciate occidentali verranno prese di mira. L’11 GIUGNO un ordigno esplode sotto un’auto dell’ambasciata italiana a Tripoli, senza provocare vittime.

APRILE-MAGGIO 2013 – Intanto a Tripoli miliziani armati assaltano e assediano diversi ministeri (Giustizia, Esteri e Interno). Il governo di Ali Zeidan vacilla e solo dopo giorni di trattative i miliziani tolgono l’assedio.

5 OTTOBRE 2013 – Con un blitz degli Usa viene catturato a Tripoli Abu Anas al Liby, uomo di al Qaeda considerato la mente degli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998 (morirà per malattia in carcere negli Stati Uniti nel gennaio 2015). L’operazione scatena polemiche e proteste in Libia, sfociate con un breve ‘sequestro’ del premier Zeidan.

18 MAGGIO 2014 – L’ex generale Khalifa Haftar dà il via all’operazione Dignità contro le milizie islamiche a Bengasi. Prima accusato di ‘colpo di Stato’, verrà nei mesi successivi ‘riassorbito’ nelle forze armate regolari contro i jihadisti.

25 GIUGNO 2014 – Viene eletto il nuovo parlamento, la Camera dei Rappresentanti, che prende il posto del Congresso nazionale.

13 LUGLIO 2014 – Scoppia la guerra tra le milizie di Zintan e quelle filo-islamiche di Misurata per il controllo di Tripoli.

LUGLIO-AGOSTO 2014 – Scatta la grande evacuazione degli occidentali, italiani compresi. Per motivi di sicurezza, il nuovo parlamento e il governo di Abdullah al Thani, riconosciuto dalla comunità internazionale, sono costretti a insediarsi a Tobruk, in Cirenaica. Nonostante i raid condotti da Egitto ed Emirati arabi, le milizie filo-islamiche di Fajr Libya prendono il sopravvento nella capitale imponendo un governo parallelo, guidato da Omar al Hassi vicino ai Fratelli musulmani. Di fatto il Paese è spaccato in due. Intanto parte da Derna, a est, che ha giurato fedeltà al califfo Abu Bakr al Baghdadi, l’avanzata dell’Isis in Libia che ha raggiunto nei giorni scorsi Tripoli e Sirte.

15 FEBBRAIO 2015 – L’ambasciata d’Italia a Tripoli chiude: sospese tutte le attività. La decisione è arrivata all’indomani delle minacce lanciate dall’Isis nei confronti del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, definito “ministro crociato”.