Nuova Zelanda: l’eroe senza nome che ha disarmato il killer e ha provato a ucciderlo

di Alberto Francavilla
Pubblicato il 16 marzo 2019 9:28 | Ultimo aggiornamento: 16 marzo 2019 12:39
Nuova Zelanda: chi è l'eroe senza nome che ha disarmato il killer e ha provato a ucciderlo

Nuova Zelanda: l’eroe senza nome che ha disarmato il killer e ha provato a ucciderlo (foto Ansa)

ROMA – C’è un eroe senza nome a Christchurch: ha disarmato Brenton Terrant, il suprematista bianco autore della strage delle moschee in Nuova Zelanda, ma nessuno sa il suo nome. Il bilancio di 49 morti sarebbe stato ancora più grave se non fosse stato per un ragazzo che la moschea di Linwood la conosceva bene, perché di solito se ne prende cura. Forse per questo l’istinto a difenderla e a difenderne i fedeli che gli ha fatto fermare l’attentatore disarmandolo a mani nude. E probabilmente mettendolo in fuga prima che potesse uccidere ancora.

Non si conosce il suo nome: il giovane è riuscito a strappare il mitra dalle mani di Brenton Tarrant, lo ha anche inseguito ed ha cercato di sparargli con la sua stessa arma, non riuscendo però a trovare il grilletto e dandogli così il tempo di scappare, aiutato dai complici che lo attendevano in auto fuori dalla moschea. A raccontarne le gesta è stato uno dei sopravvissuti, Syed Mazharuddin, che ha parlato con il New Zealand Herald, dicendo anche che una volta messosi al riparo dopo aver udito gli spari ha visto davanti a sé “il male”, l’attentatore intento a potare a termine il suo progetto d’odio. Al contempo è stato testimone del coraggioso intervento del giovane, l’altro lato della medaglia.

Nella moschea di Linwood sono state uccise sette persone, 41 in quella di Deans Avenue, attaccata per prima, mentre una persona è morta in ospedale per le ferite riportate. Quella dell’eroe senza nome è soltanto una delle storie che si intrecciano nelle concitate ore di terrore che restano a memento della follia estremista. Tra queste la vicenda dei giocatori della nazionale di cricket del Bangladesh, scampati alla furia omicida: atleti e membri dello staff della squadra si trovavano infatti a bordo di un autobus ormai negli immediati pressi della moschea Masjid Al Noor quando è scoppiata la sparatoria. Reduci da una conferenza stampa prima del test match che era in programma per domani contro la Nuova Zelanda (adesso cancellato), erano diretti proprio in moschea. La paura, il panico, ma anche la prontezza nel mettersi al riparo e fare marcia indietro li ha salvati.

E poi le storie dei sopravvissuti, una ad una, raccontate con l’angoscia di chi sa che non potrà mai dimenticare. Come i quattro ragazzi, tutti coinquilini in un appartamento non lontano dalla moschea di Masjid Al Noor, che dopo aver udito distintamente fra i 20 e i 40 spari, si sono ritrovati a soccorrere un uomo ferito che era riuscito a bussare alla loro porta: “Ho dovuto agire molto velocemente, anche se mi ero appena svegliato”, ha detto uno dei ragazzi al New Zealand Herald, “abbiamo chiamato un’ambulanza e la polizia, mentre facevo pressione sulla sua ferita. E’ la natura umana aiutare in quella situazione”. (Fonte Stuff).