L’esterofilia dei capitali italiani continua: 11 miliardi evasi nel 2011

dpa-Lapresse

ROMA – Quasi un euro su quattro – di quelli accertati come evasione fiscale – è stato sottratto alle tasse portandolo all’estero. Il dato emerge da un’inchiesta di Carlo Bonini su Repubblica.

Nel 2011, sui 46 miliardi di euro evasi individuati dai controlli della Guardia di Finanza, 11 erano oltre il confine italiano. Fra chi ha evaso questi 11 miliardi, tre sono i tipi di reato più ricorrenti, come spiega Bonini:

1) Il 26 per cento è stato sottratto al Fisco attraverso società con sede legale all’estero e attività produttive stabili ma occulte nel nostro Paese.

2) Il 18 per cento con l’antico strumento elusivo della “estero-vestizione” di società e persone fisiche, lo specchietto per le allodole necessario a fissare fraudolentemente oltre confine la residenza fiscale di chi le tasse dovrebbe pagarle in Italia.

3) Il 17 per cento, con quel gioco di vasi comunicanti detto “transfer pricing”, la cessione di quote di reddito tra consociate con la cessione di beni o prestazione di servizi, per concentrare gli utili soggetti a tassazione sulla società del gruppo che gode di un regime fiscale estero di favore.

Il 39 per cento, con “altre manovre evasive”. Manovre che hanno ripescato la figura dello “spallone”, molto in voga negli anni 70-80. Gli spalloni sono i professionisti del contrabbando di contante, quelli che hanno il compito di riempire una valigetta di contante e portarla oltre frontiera. In una 24 ore ci entrano 12 mila banconote da 500 euro: fanno 6 milioni di euro. Mete preferite: Svizzera e San Marino.

La crisi degli ultimi mesi in Italia ha dato un ulteriore impulso a questi movimenti, almeno stando ai dati dei sequestri di valuta, che, al valico di Ponte Chiasso e agli aeroporti di Malpensa e Fiumicino, sono aumentati del 50% da giugno.

E poi c’è l’Hawala, ovvero la rete che usava Al Qaeda, molto praticata anche dagli esportatori di capitali illegali italiani. Consiste nel trasferire somme di denaro anche enormi senza spostare un euro o un dollaro. Lo spiega bene un investigatore della Guardia di Finanza a Bonini:

“Ricorda l’Hawala? Dopo l’11 Settembre, il mondo scoprì che Al Qaeda e il network del radicalismo islamico raccoglievano e trasferivano contante tra i quattro angoli del pianeta con una rete informale di mediatori che non lasciava traccia né elettronica, né cartacea. I mediatori erano legati tra loro da un sistema di compensazioni che rendeva superfluo il movimento del contante. E dunque quegli stessi mediatori, proprio in ragione delle compensazioni, potevano rendere disponibile ai loro clienti qualsiasi cifra a destinazione senza che un solo euro o dollaro si fosse mosso. Bene, oggi funziona così in Italia per molti esportatori illegali di valuta. L’Hawala è diventato un italianissimo strumento di “spallonaggio”. Il denaro non è più di Mohammed o di Kalil. Ma del dottor Mario, del signor Luigi”.

Semplice a dirsi. E, a quanto pare, anche a farsi. Perché per chi vuole far sparire denaro oltre confine o farne rientrare quando serve, è sufficiente appoggiarsi a organizzazioni in cui il mediatore italiano A (avvocato d’affari o commercialista che sia), chiede al suo reciproco professionista svizzero B di depositare presso un conto elvetico un cifra X per conto del suo cliente italiano signor Rossi. La somma depositata in Svizzera uscirà dalle disponibilità del mediatore B e dunque si muoverà solo all’interno dei confini di quel Paese, regolarmente. Ma quella somma, in realtà, da quel momento sarà nella esclusiva disponibilità del signor Rossi, cittadino italiano, che l’avrà consegnata in contanti e per equivalente, in Italia, ad A, il suo mediatore. A e B, a quel punto, regoleranno “in compensazione” quella somma. Come fossero due banche. Le “commissioni” per questo “spallonaggio” silenzioso, che non sposta fisicamente denaro ma lo materializza a destinazione, frequente per chi muove in nero fino a 1, 2 milioni di euro, oscillano tra il 2 e il 5% e sono pagate “alla fonte”. Più convenienti di un vecchio “scudo” alla Tremonti. 

L’unica traccia per trovare questi “capitali in fuga” sono le banconote da 500 euro, uno dei principali indicatori dell’evasione fiscale. Proprio sulla base delle segnalazioni del circuito bancario alla Finanza si scopre che i quattro quinti delle banconote da 500 si concentrano in tre aree: i comuni a ridosso del confine italo-svizzero, la provincia di Forlì (all’interno della quale c’è la Repubblica di San Marino, le sue banche e le sue finanziarie), il Triveneto. Nelle prime due zone, sospetta è la vicinanza a un paradiso fiscale. Nella terza è fortissimo il tasso di evasione fiscale.

Eppure, dopo la manovra Monti che ha abbassato da 2.500 a mille euro la soglia massima delle transazioni per contanti, il pezzo da 500 dovrebbe risultare raro quanto inutile in Italia. Stessa cosa nell’Unione europea, dove il ricorso alla moneta elettronica è molto più frequente che nel nostro paese (restiamo uno degli Stati in cui si usa di più il contante ed in cui si ha molta più dimestichezza con lo sportello bancomat che con il Pos). Nonostante queste evidenze, come documentano i dati della Banca d’Italia, il numero di banconote da 500 circolanti all’interno dell’Unione Europea, è passato dai 167 milioni di pezzi del 2002, ai 600 milioni di pezzi del novembre 2011. Con un significativo incremento dell’incidenza percentuale del valore complessivo delle banconote da 500 sull’intera massa liquida in euro in circolazione. Dal 23,27%, al 34,57%. Un punto percentuale in più dei pezzi da 50, la banconota con maggiore circolazione.

C’è “puzza” di evasione. Allora alla Guardia di Finanza servono nasi sopraffini per stanarla. A Malpensa ci pensano Tango e Cash, due Labrador che rimangono indifferenti all’odore di eroina, cocaina o hashish, ma che iniziano ad abbaiare se avvertono odore di inchiostro o di filigrana. Cani anti-banconote. Che oltre allo scalo milanese presidiano il valico di Chiasso e gli aeroporti di Roma, Napoli, Torino e Venezia. L’Italia è il quinto Paese al mondo ad adottarli, dopo Stati Uniti, Inghilterra, Israele e Sudafrica. Abbiamo 27 milioni e 300 mila buoni motivi per farlo: tanti sono gli euro di valuta sequestrata negli ultimi 5 mesi.

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