Non tutti gli evasori sono uguali? Chi bara e chi se paga chiude

Pubblicato il 26 Settembre 2011 11:57 | Ultimo aggiornamento: 26 Settembre 2011 11:57

ROMA – Non è che questa della battaglia all’evasione fiscale è una retorica ingannevole basata su falsi presupposti e aver fatto dell’evasore fiscale  “un capro espiatorio” non è altro che una nuova arma di distrazione di massa?  La domanda, scomoda e impopolare, la pone Luca Ricolfi sulla Stampa, offrendo anche la risposta conseguente, per cui condurre una lotta senza quartiere agli evasori fiscali solo per fare cassa produrrà solo effetti recessivi. L’intenzione di Ricolfi è di mostrare come i roboanti annunci di drastici provvedimenti punitivi e di controllo contro chi non paga come dovrebbe le tasse, nascondano in realtà un deficit di comprensione del problema. E’ facile, insomma, indicare alla pubblica opinione un colpevole per poi, una volta stanato e colpito, promettere la soluzione definitiva per fa ripartire la nostra economia senza imporre sacrifici ulteriori.

Se prima la lotta all’evasione era il vessillo egualitario sbandierato dalla sinistra, oggi, anche gli ex denigratori di Visco-Dracula si sono accodati al mood generale. In questo seguiti anche dalla Chiesa Cattolica che la depreca con insistenza nel suo magistero morale e dallo stesso Governo “allergico” a infilare le mani nelle tasche dei contribuenti e costretto a patetici spot televisivi stigmatizzanti l’evasore parassita. Sfidando il conformismo generale sul tema, Ricolfi suggerisce una distinzione fondamentale fra due categorie di evasori. Non sono tutti uguali, ci informa, e non accorgersene può scatenare controproducenti maccartismi e un clima da caccia alle streghe che addirittura premi la delazione tra vicini di casa per un punto di gettito fiscale in più. Però, se convince l’invito a distinguere, convince meno la tendenza a fare i bastian contrario per vocazione professionale: se è da conformisti voler far pagare le tasse, allora che ben vengano i conformismi. O vogliamo negare che 130 miliardi l’anno sottratti al fisco sono uno scandalo?

Tornando alle differenze tra evasore e evasore. Lasciamo stare quelli che giustamente sono esecrati da chi, specie i dipendenti pubblici, le tasse le paga fino all’ultimo centesimo. “C’è chi potrebbe benissimo pagare le tasse, e non lo fa semplicemente perché vuole guadagnare di più”, concede Ricolfi: sono gli esosi, quelli privi anche di un minimo di senso civico. Per combatterli sarebbero sufficienti maggiori controlli e aliquote ragionevoli. Ma c’è un’altra categoria, o modalità di evasione, che osservata senza paraocchi moralistici, Ricolfi giudica “di sopravvivenza o di autodifesa”. Esiste un’evasione fiscale giusta? Cosè, Ricolfi sposa il retrivo sentimento anti-tasse cavalcato dalla Lega prima maniera e dallo stesso Berlusconi?

La questione è ben più grave, Ricolfi lo spiega bene. Basti un dato: “le regioni in cui Equitalia (incaricata della riscossione dei tributi) ha ottenuto i maggiori successi, sono le stesse in cui ci sono stati più fallimenti (vedi il dramma recente della Sardegna”. La realtà con cui fare i conti, e non affidarli unicamente all’ispettore dell’Agenzia delle Entrate, è quella di quanti chiuderebbero, o perlomeno andrebbero costantemente in perdita, se pagassero appieno il dovuto al fisco. Questo è un fatto, la drastica riduzione del numero delle imprese con effetti immaginabili sulla crescita dell’occupazione. Come è un fatto, che aumentando i controlli, dall’idraulico al ristoratore, tutti aumenteranno i prezzi. A tutto danno del consumatore che perderà ancora potere d’acquisto. E, rileva ancora Ricolfi, sarà difficile consolarci con la “distruzione creativa” di shumpeteriana memoria: sostituire vecchie e improduttive imprese che falliscono con altre più dinamiche ed efficienti, vale solo “se i regimi fiscali sono comparabili e ragionevoli”. Il contesto fiscale e del mercato del lavoro è così deprimente che la domanda non è “perché le imprese italiane arrancano?”, ma “perché ne sopravvivono ancora così tante?”

Di qui l’inganno perpetrato nei confronti dell’opinione pubblica: becchiamo gli evasori e tutto si risolve. Ma quando mai, ci dice Ricolfi. Che ha il merito di segnalare una soluzione possibile, non certo una panacea immediata: ogni euro risparmiato con la lotta all’evasione dovrebbe essere speso, per legge, per rendere meno difficile la vita a lavoratori e imprese. Senza dimenticare un abbassamento delle aliquote a livelli ragionevoli.