Medicina, nel Def stop al numero chiuso all’Università. Ma il ministro non lo sa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 16 ottobre 2018 11:39 | Ultimo aggiornamento: 16 ottobre 2018 13:20
Medicina, nella manovra lo stop al numero chiuso all'Università

Medicina, nella manovra lo stop al numero chiuso all’Università

ROMA – “Si abolisce il numero chiuso nelle Facoltà di Medicina, permettendo così a tutti di poter accedere agli studi”. E’ quanto annunciato al termine del Consiglio dei Ministri di ieri tra le norme del disegno di legge relativo al Bilancio di previsione dello Stato per il 2019.

 Al Ministero dell’Istruzione (Miur), tuttavia (citiamo La Repubblica) dicono di non saperne nulla. “Sarò franco con voi. Non mi risulta”, ha poi dichiarato il ministro Bussetti a Venezia ai giornalisti che chiedevano lumi. “Stiamo lavorando – ha aggiunto – per allargare il numero degli ammessi: sarà un percorso graduale, ma si farà”.

Ma non subito, questo il senso del comunicato ufficiale del Governo: “Si tratta di un obiettivo politico di medio periodo per il quale si avvierà un confronto tecnico con i ministeri competenti e la Conferenza dei Rettori delle università italiane, che potrà prevedere un percorso graduale di aumento dei posti disponibili, fino al superamento del numero chiuso”, si legge in una nota.

Quest’anno ci sono stati 67mila candidati al test di ingresso per 10mila posti. Il provvedimento va nella direzione del contrasto alla carestia di camici bianchi che in Italia nei prossimi anni assumerà contorni davvero allarmanti.

Nel giro dei prossimi 5 anni andranno infatti in pensione oltre 40mila medici, lasciando 14 milioni di italiani orfani del medico di base. Ma tra 10 anni l’emorragia sarà ancora più grave, con 33.392 medici di base (il 70% degli attuali) e 47.284 ospedalieri in pensione nel 2028. In tutto 80.676 camici bianchi. Secondo il dottor Silvestro Scotti, segretario della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) il problema va imputato a una cattiva programmazione, un “imbuto formativo” che limita la formazione di nuovi medici quando si arriva alle specializzazioni.

“Non c’è una carenza di medici in termini complessivi – spiega Scotti -. Ogni anno abbiamo 8-9.000 laureati in medicina. A fronte di questi numeri, lo Stato eroga 6.000 borse per i corsi di formazione per specialisti e circa 1.000 per la medicina generale. Restano quindi fuori 2.000 colleghi che non hanno la possibilità né di lavorare in ospedale né di diventare medici di famiglia, ma solo fare delle sostituzioni. Per ora, assistiamo a un paradosso: i medici ci sarebbero ma, mancando le coperture economiche, lasciamo giovani colleghi a spasso e importiamo professionisti da altri Paesi dell’Ue che hanno frequentato corsi di formazione riconosciuti da noi”.