Multinazionali eludono il Fisco per 627 miliardi di euro. Anche in Italia

di Riccardo Galli
Pubblicato il 30 gennaio 2018 12:54 | Ultimo aggiornamento: 30 gennaio 2018 13:47
Multinazionali accusate di aver eluso oltre 600 miliardi di euro in Europa

Multinazionali eludono al Fisco 627 miliardi di euro. Anche in Italia (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Poche grandi multinazionali non versano al Fisco centinaia di miliardi di euro, pur senza evadere le tasse. Le grandi multinazionali si chiamano Facebook, Google e Apple solo per citarne alcune e i miliardi che eludono, termine tecnico per dire ‘sottraggono in una cornice formalmente legale’, sono oltre 600. O almeno 627 sono quelli elusi nel 2015, anche se tutto lascia pensare che il dato sia più o meno omogeneo nel tempo, mentre a rimetterci sono Paesi come Francia, Germania ma anche l’Italia.

I protagonisti di questa storia sono certamente le grandi multinazionali che sfruttano ogni scappatoia legale per pagare meno tasse possibile. Un comportamento come detto nella maggior parte dei casi perfettamente lecito. Ma non solo loro però. Tra i “cattivi” figurano anche alcuni insospettabili, alcuni amici che nel caso dell’Italia sono stati spesso tra i primi censori in fatto di conti pubblici. Sono i paradisi fiscali, e non le lontane isole Cayman o gli ancor più sperduti atolli del Pacifico, ma le molto più vicine Olanda ed Irlanda e il piccolo Lussemburgo.

Questi tre ‘staterelli’, come scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera, “rappresentano poco più del 6% della popolazione dell’unione monetaria ma rappresentano nel complesso quasi metà dell’elusione fiscale internazionale delle grandi società”. Che prendendo come riferimento il 2015 con i suoi 627 miliardi elusi, vuol dire che questi tre Paesi hanno pesato per 293 miliardi di euro di base imponibile societaria sottratta al resto del mondo, con più di cento miliardi ciascuna per Irlanda e Olanda.

Quantificare la cifra esatta non è semplice perché si tratta sempre e comunque di stime. Ma tanto per voler dare un’ordine di grandezza, per l’Italia il trasferimento artificiale all’estero dei ricavi di alcune grandi multinazionali ha prodotto nel 2015 un’erosione di quasi un quarto della base imponibile del prelievo sulle società: 7,4 miliardi di euro in tutto, con una perdita di 0,5% del reddito nazionale sul 2015. Allargando il dato ai Paesi dell’Unione Europea, questi perdono così circa un quinto delle entrate alle quali avrebbero titolo dalle imprese, cioè il 20% di queste. Un’autentica montagna di denaro.

E chi paga? Pagano gli Stati, le economie di quei Paesi da cui i miliardi vengono sottratti e quindi pagano i cittadini di Germania, Francia e anche Italia. Pagano quelli che normalmente pagano le tasse, come i pensionati e i lavoratori dipendenti. Ma pagano anche quelli che le tasse non le pagano, magari perché con redditi al di sotto del tassabile, e pagano in termini di meno servizi e di qualità inferiore ma anche attraverso l’Iva più alta sui beni di consumo. Paghiamo tutti dunque. Paghiamo mentre alcuni Paesi, che sarebbero addirittura partner europei, vedono arricchirsi le loro economie e crescere l’avanzo estero.

L’Olanda, per esempio, ha un avanzo sull’estero di 80 miliardi di dollari. La Cina di 120 miliardi. Quella stessa Olanda che in tempo di crisi era tra chi premeva più forte sul pedale dell’austerity, sposando posizioni intransigenti sui conti di alcuni Paesi in difficoltà. Per esempio l’Italia. A tentare l’arduo compito di ricostruire modi e dimensioni dell’elusione delle grandi multinazionali, compito in cui falliscono anche i governi di Stati non esattamente inefficienti come la Germania, son stati tre economisti: Thomas Tørsløv e Ludvig Wier dell’Università di Copenaghen, insieme a Gabriel Zucman dell’Università di California a Berkeley. Per individuare la reale situazione Tørsløv, Wier e Zucman hanno cercato indizi nella quantità di ricavi tassabili in proporzione al monte-salari dei dipendenti in ogni dato Paese: i profitti trasferiti artificialmente infatti gonfiano il bilancio, ma non il numero dei dipendenti. I tre hanno indagato anche per capire in quali Paesi risultano la quota di profitti in mano agli stranieri sia curiosamente fuori proporzione e hanno studiato le comunicazioni (obbligatorie) a Eurostat di tutti i Paesi europei sulla contabilità aggregata delle imprese. Chissà che il loro lavoro non torni utile al Fisco di qualche Paese.

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