Pensioni basse, tante cancellate per tasso di mortalità e peso Covid su quelle future

di Riccardo Galli
Pubblicato il 3 Febbraio 2021 12:19 | Ultimo aggiornamento: 3 Febbraio 2021 12:19
Pensioni, tante cancellate per tasso di mortalità e peso Covid su quelle future

Pensioni, tante cancellate per tasso di mortalità e peso Covid su quelle future (Foto d’archivio Ansa)

Pensioni: meno prestazioni da erogare oggi e assegni più bassi in futuro, già dal 2022. Il Covid fa sentire i suoi effetti anche sulle pensioni e sui conti italiani. Diminuiscono quelle da pagare a causa del tasso di mortalità eccezionale dell’anno appena concluso. E, causa caduta del Pil, si assottigliano quelle che incasseranno i pensionati del futuro.

Nell’anno della pandemia sono state annullate 862.838 prestazioni pensionistiche, oltre 121mila in più rispetto al 2019 – scrive Il Sole24Ore – con le cancellazioni che hanno superato i nuovi pensionati. Si tratta di dati provvisori, l’Inps li perfezionerà e pubblicherà le statistiche con l’aggiornamento della banca dati di fine marzo e del casellario delle pensioni a luglio.

Pensioni: il tasso di mortalità per Covid ne cancella tante

Ma, al netto di queste cautele, si conferma come l’eccesso di mortalità già fotografato da Istat e Istituto superiore di sanità nei mesi passati si traduca, anche, in pensioni cancellate. Nei mesi di marzo e aprile, quando le morti in eccesso rispetto alle medie registrate negli stessi mesi del periodo 2016-2019 hanno superato in Italia il 40%, le pensioni cancellate per decesso hanno infatti segnato un aumento quasi uguale.

A marzo sono state 100.420, il 42,5% in più, e ad aprile 85.273, il 35,4% in più. L’andamento delle cancellazioni, che poi si è stabilizzato intorno alle 60mila unità, è quindi schizzato di nuovo sopra la media a novembre (+ 51,9%) e dicembre (+ 42,8%), in parallelo con la seconda ondata.

Effetto Covid sulle pensioni future

L’effetto Covid sulle pensioni non finisce però qui e, anzi, peserà anche su chi al Covid è riuscito a sfuggire. Non tutti forse ricordano che, al calare del Pil, calano anche le pensioni future che a questo sono legate. E il calo di quest’anno sfiora la doppia cifra: meno 9.9% è la stima della Commissione Europea, una contrazione che già vale tra i 20 e i 100 euro netti in meno al mese per i prossimi pensionati.

Questo perché, quando la Riforma Dini stabilì che le pensioni sarebbero state legate sempre più ai soli contributi accumulati nel corso della vita lavorativa, decise che il loro valore sarebbe stato agganciato al Prodotto Interno Lordo italiano. I contributi versati non restano infatti fermi in attesa che il lavoratore vada in pensione, ma vengono rivalutati — virtualmente — dall’Inps. Hanno quindi una sorta di rendimento, come se fossero investiti.

All’epoca si decise di agganciare il rendimento a quello del Pil. Era il 1995 e allora fu una scelta a favore dei lavoratori perché il Pil “rende” di più della semplice inflazione a cui altri avevano proposto di agganciare le pensioni. O almeno così era a metà degli anni Novanta. Quello che nessuno poteva prevedere erano le crisi del 2008-2009, dove in un biennio abbiamo fatto -6,6%, o del 2012-2013, dove abbiamo stabilito un altro -4,5%. E nessuno poteva certo prevedere la pandemia.