Risparmio gestito 2280 mld (più 14%), depositi bancari saliti a 1700 mld. Italia povera?

di Lucio Fero
Pubblicato il 27 Dicembre 2019 8:46 | Ultimo aggiornamento: 27 Dicembre 2019 8:46
Risparmio gestito 2280 miliardi di euro (più 14%), depositi bancari saliti a 1700 mld. Italia povera?

Risparmio gestito 2280 mld (più 14%), depositi bancari saliti a 1700 mld. Italia povera? (Foto d’archivio Ansa)

ROMA – Risparmio gestito, in gran parte quello delle famiglie, i soldi che vengono affidati a Fondi di investimento e simili: la bellezza di 2280 miliardi di euro. Risparmio gestito che cresce di dimensioni a ritmi elevati: più 13,9 per cento all’ultima rilevazione. Crisi, austerità, stagnazione? Il portafoglio di milioni e milioni di italiani continua a riempirsi: l’ammontare e il crescere del risparmio gestito sono lì a testimoniarlo. Anche se nessuno li invita mai al dibattito televisivo o sui social, anche se nessun politico li usa mai (lo considererebbe suicida in termini di consenso) questi dati sono la realtà patrimoniale, sono il quanto gli italiani siano davvero in povertà o in agiatezza.

E sono dati chiari e assolutamente in chiaro rispetto alla reale disponibilità e capienza del portafoglio degli italiani. Assolutamente in chiaro nel senso che non conteggiano i presunti depositi di capitali italiani all’estero nei cosiddetti paradisi fiscali. Li si stima a circa 140 miliardi ma di questi qui non si tiene conto. Qui si conteggia e calcola la ricchezza ufficiale e visibile (per chi la vuol vedere) degli italiani. Niente ipotesi su quel che c’è nelle cassette di sicurezza o sotto i materassi. Nel risparmio gestito ci sono 2280 miliardi, nei depositi bancari (anche questi in crescita) ci sono altri 1700 miliardi.

La ricchezza complessiva degli italiani è dunque così fotografabile: 9473 i miliardi, di cui di natura finanziaria 4374 miliardi, 5426 miliardi di ricchezza immobiliare, 123 miliardi di altra natura. Di questa ricchezza complessiva degli italiani l’unica componente veramente in flessione è stata ed è quella immobiliare (mediamente un 15%). L’altro tipo di ricchezza accumulata e in via di accumulazione, quella finanziaria, insomma i soldi, non è calata e non cala. E questo nonostante, anzi a dispetto della percezione e narrazione comune.

Ne risulta un paese che si fa gran fatica a definire povero se lo si valuta sui dati. Un paese che ha il rapporto tra i più alti tra reddito e ricchezza. Reddito in Italia: 1200 miliardi, ricchezza 9473 miliardi, rapporto 8,4 (era 8,7 prima del calo delle quotazioni immobiliari). In Germania il rapporto è 6,5. In Francia e Gran Bretagna è 7,9. Vuol dire che gli italiani hanno la maggior ricchezza accumulata rispetto al reddito prodotto. Risparmiano di più? Certamente. Hanno quote rilevanti di reddito non dichiarato che permette loro di risparmiare di più? Due volte certamente.

I dati sul patrimonio immobiliare e finanziario parlano di una società che integra e surroga, se la cava, si arrangia, si ingegna e produce quantità di reddito che consentono di incrementare la sua ricchezza complessiva. Una società tutt’altro che in viaggio verso la povertà. 

I poveri sono quantitativamente meno di quanto non venga cantato: 5 milioni diceva la mappa che ha portato al Reddito di cittadinanza. Reddito che ha poi interessato  circa 900 mila persone, elargendo loro 484 euro mensili in media e portando al lavoro circa 28 mila dei percettori del Reddito di cui la stragrande maggioranza non è occupabile. I poveri sono meno di quanto si canta ma è vero e si registra il fenomeno dello scivolamento verso il basso della disponibilità di ricchezza da parte del 50 per cento della popolazione. Non è povertà ma angoscia e rancore sì: il 50 per cento della popolazione detiene il 24 per cento della ricchezza complessiva e, soprattutto, vede la sua quota in diminuzione costante. E’ questo, l’asimmetrica allocazione delle risorse, il problema politico-sociale-elettorale, non quello della povertà.

Infatti il 10 per cento della popolazione detiene il 29 per cento della ricchezza e vede la sua percentuale aumentare. In termini patrimoniali infine la sparizione della classe media appare immagine senza sostrato: il 40 per cento della popolazione detiene e deteneva circa il 47 per cento della ricchezza complessiva.

A questa geografia reale e non immaginaria della ricchezza e povertà degli italiani corrisponde un sistema fiscale che accolla al contribuente con reddito superiore a 50 mila euro lordi l’anno il perso di gran parte dell’Irpef. E quanti in un’Italia da 2280 miliardi di risparmio gestito e 1700 miliardi nei depositi bancari sono, possono essere quelli con reddito a 50 mila lordi annui? Secondo dichiarazioni dei redditi la miseria (è il caso di dirlo) del 5,3% del totale dei contribuenti.

In cerca di formule/immagini è stata coniata quella di “società signorile di massa”, cioè quella in cui la più parte consuma e ritiene suo diritto consumare da élite e nella quale il numero di coloro che producono reddito lavorando va a diventare inferiore al numero di coloro che percepiscono rendite a vario titolo e di varia natura ma pur sempre rendite. Comunque la si possa definire la società italiana, qui e oggi, non impiega la sua ricchezza, non si fida di rischiarla, ha buone ragioni per non farlo. Ma è una società che piange e urla una miseria che non c’è e lo fa mentre accumula rendita. Una famiglia che accumula soldi sotto il materasso e che, a parte un cugino che realmente non chiude il mese, fa finta di non avere i soldi per andare al cinema mentre mette in ordine l’ultima mazzetta di banconote.