Copyright, cosa cambia: soldi a contenuti originali ma…non puoi postare foto ai monumenti

di Fabiana De Giorgio
Pubblicato il 14 settembre 2018 18:00 | Ultimo aggiornamento: 14 settembre 2018 19:38
Copyright, cosa cambia con la nuova direttiva europea: soldi a contenuti originali ma...non puoi postare foto ai monumenti

Copyright, cosa cambia: soldi a contenuti originali ma…non puoi postare foto ai monumenti (Nella foto Ansa, il Parlamento Europeo)

BRUXELLES – Il Parlamento Europeo ha approvato la nuova direttiva sul copyright, ribaltando la decisione di luglio, che aveva portato alla proroga. Perché era stata rinviata la decisione a luglio? Essenzialmente perché ci sono alcuni punti della riforma ritenuti controversi da piattaforme e grandi aziende che lavorano sul web: i punti contestati erano soprattutto l’articolo 11 e l’articolo 13.

Questa volta il dibattito si è concentrato principalmente su tre questioni: l’articolo 11, che prevede il diritto per i giornalisti di ottenere un compenso per l’utilizzo dei loro articoli; l’articolo 13, che impone alle piattaforme online come Youtube e Facebook misure per monitorare i contenuti, al fine di tutelare la remunerazione del diritto d’autore; e l’articolo 3, quello sul “text and data mining”, ovvero la possibilità di conservare i dati inseriti dagli utenti sulle piattaforme (questo punto è stato modificato e la privacy degli internauti, almeno per il momento, è salva). Infine non è passata la norma sulla libertà di panorama: quindi se faccio una foto a un monumento o a un paesaggio, non posso pubblicarla sulla mia bacheca Facebook, perché non ho il diritto (d’autore) a farlo.

Queste sono alcune delle regole approvate dal Parlamento Europeo, ma giova ricordare che prima di diventare effettiva nei singoli Stati dell’Ue, la direttiva deve essere recepita dai singoli governi.

Ma cosa è cambiato dalla proposta di luglio a quella di ora?

Le grande piattaforme del web come Facebook o YouTube o Google diventeranno responsabili per le violazioni di diritto d’autore dei contenuti pubblicati. In oltre le piattaforme dovranno pagare artisti e giornalisti che decidono di condividere su questi siti. Una delle conseguenze potrebbe essere che questi soggetti potrebbero limitare la fornitura di contenuti, o mettere delle regole più stringenti per i propri utenti, per paura di doverne pagare le conseguenze: infatti in uno spazio enorme come il web è difficile un controllo capillare di ogni cosa che viene pubblicata.

Le piccole piattaforme invece non sono tenute a rispettare queste norme.

I link pubblicati con una singola parola potranno essere condivisi liberamente mentre le piattaforme dovranno pagare i diritti agli editori  per i link con foto e breve testi di presentazione di articoli (i cosiddetti snippet) poichè coperti da copyright.

Ai giornalisti toccherà una quota del profitto ottenuto dalla loro casa editrice.

Saranno istituiti dei sistemi di reclamo nelle piattaforme online gestiti da persone, sistemi che serviranno in caso di un’ingiusta eliminazione di un contenuto. Non ci sono filtri sui contenuti ma la collaborazione tra le piattaforme e detentori dei diritti d’autore “concepita in modo da evitare che colpisca anche le opere che non violano il copyright”.

Gli artisti avranno il diritto di richiedere una remunerazione ulteriore di chi sfrutta le loro opere quando il compenso corrisposto originariamente è considerato “sproporzionatamente” inferiore rispetto ai benefici che ne derivano nell’ includere le entrate indirette.

I contenuti pubblicati su enciclopedie online che non hanno scopi commerciali come Wikipedia o su piattaforme per la condivisione di software open source, come GitHub, non deve rispettare le nuove norme sul copyright: scongiurata quindi la censura su Wikipedia, che ha condotto una forte campagna contro l’approvazione della direttiva europea. I meme usati come parodie sono anche esclusi da questo.

La riforma Ue sul copyright in vigore fino ad ora, dice Tambiama Madiega del servizio Ricerca del Parlamento Europeo in un corposo briefing (“Copyright in the digital single market”) risale al 2001: la normativa però “ha faticato ad adattarsi”  ai cambiamenti del digitale, riconosce il servizio studi del Parlamento Europeo. Per questo motivo si è deciso di  procedere ad una riforma: la Commissione, dopo essersi consultata, ha deciso che il quadro legislativo Ue deve essere aggiornato e ha dunque proposto un pacchetto di norme nel settembre 2016. La discussione è stata rinviata fino a settembre 2018 e ora è stata approvata, non senza polemiche.

Se da un lato ci sono coloro che esultano (per esempio il presidente del Parlamento Ue Antonio Tajani), dall’altra ci sono forze politiche che invece hanno bollato la legge come “liberticida” (vedi il mondo M5s, i cui europarlamentari hanno votato contro). Sarà pertanto interessante capire quali partiti saranno al governo nel momento in cui l’Italia dovrà recepire la direttiva, e in base a questo probabilmente possiamo immaginare quali modifiche saranno introdotte.