Livio Cori, da Sanremo a Montecalvario: nuovo album, Gomorra… senza cappuccio L’INTERVISTA

di Gianluca Pace
Pubblicato il 16 febbraio 2019 7:33 | Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2019 16:16
Livio Cori, classe 1990, è nato a Napoli. A "Sanremo", con Nino D'Angelo, ha presentato il singolo "Un'altra luce". L'8 febbraio è uscito il suo album "Montecalvario (Core senza paura)".

Livio Cori, classe 1990, è nato a Napoli. A “Sanremo”, con Nino D’Angelo, ha presentato il singolo “Un’altra luce”. L’8 febbraio è uscito il suo album “Montecalvario (Core senza paura)”.

ROMA – Da Montecalvario – il quartiere di Napoli dove è nato e cresciuto Livio Cori – a Sanremo sono 852 chilometri. Com’è stato l’impatto con il “Festival”? “Eh… – qui Livio Cori ride e prende fiato – Non sai cosa aspettarti e quindi non riesci nemmeno a prepararti bene. E’ tutto una sorpresa. Però mi immaginavo di prenderla con molta più ansia e paura invece quando sono andato lì tutta l’adrenalina si è trasformata in energia e sul palco mi sono divertito”.

“Alla fine – mi spiega – ho avuto la fortuna di potermi concentrare sull’emozione che mi dava il palco e non sul terrore che poteva provocarmi. E’ stata una bellissima esperienza. ‘Sanremo’ è un vortice ma ti lascia dei bei ricordi e ti insegna tanto. E’ stata una settimana dove sono cresciuto molto”.

Sul palco di “Sanremo” hai portato “Un’altra luce”. Tu stesso ne hai parlato come di “una richiesta di luce a chi ha già attraversato l’oscurità”. Com’è nato il testo? “Il brano inizialmente era per il disco. Solo dopo abbiamo pensato a una collaborazione. E mi è venuto subito in mente Nino D’Angelo perché… semplicemente era il mio idolo. Ho incontrato Nino e me lo sono lavorato per bene per convincerlo. Anche perché Nino lavora sempre e solo a progetti suoi. Ma alla fine sono riuscito a convincerlo e abbiamo iniziato a lavorare alla canzone a quattro mani”. 

Com’è cambiata con la canzone con la sua collaborazione? “Beh – risponde – è cambiata. All’inizio la canzone era nata come una ricerca di luce in un periodo di buio. Un aggrapparsi a qualche figura che dava la luce. Poi la luce è diventata proprio Nino D’Angelo. La canzone è diventata un confronto tra due generazioni”.

“E’ questo – continua – è il bello delle canzoni, perché quando ci lavori cambiano via via il senso. Nel brano ci siamo messi tutti e due in gioco e abbiamo interpretato dei ruoli. Questo confronto a me è servito per continuare il discorso iniziale del brano. A Nino invece per cercare un riscatto per la sua generazione. Nel testo Nino ha tirato fuori la voglia di farsi perdonare, come generazione, e di dare un aiuto ai più giovani. Lui considera la sua generazione fallimentare. Una generazione che non ha lasciato nulla ai più giovani. Questo invece è stato il suo modo per lasciare qualcosa”.

Cosa rappresenta per te Nino D’Angelo? “Di Nino D’Angelo mi piace tutto. Ma, soprattutto, mi piace come dagli anni ’80 si è evoluto avvicinandosi alla ‘World Music’. E lo ha fatto sperimentando molto. Lui è stato molto coraggioso ed è rinato artisticamente. Per Nino è stato molto difficile scrollarsi via il ‘caschetto’. Lui, essendo un grande artista, ha studiato e ha voluto osare lasciandosi influenzare da tanta altra musica. E la seconda parte della sua carriera è quella che preferisco perché la considero più sperimentale e profonda. Da queste sperimentazioni sono nati dei dischi meravigliosi. Nino scrive delle cose incredibili. E’uno dei più grandi poeti italiani”.

“Io – racconta – sono sempre molto attento alla scrittura e a quello che si trasmette nei brani al di là della musica. E lui scrive tanto, tanto bene. Per me rappresenta anche un personaggio molto ‘Hip Hop’. Lui viene dalla strada, dal niente. Era il classico ‘scugnizzo’ senza speranze che poi però ce l’ha fatta aggrappandosi con le unghie e con i denti alla musica. Ed è riuscito a diventare quello che è diventato. E tutto questo lo noti anche con l’umiltà con la quale affronta ogni situazione. Magari non tutti hanno avuto la fortuna di conoscerlo ma lui è sempre umile e disponibile con i fan e con gli addetti ai lavori. Questa è una delle sue caratteristiche che mi ispira di più”.

Come siete arrivati a “Sanremo”? “E’ tutto merito di Nino. Quando abbiamo finito di registrare le canzone, eravamo in studio, lui mi guardò e mi disse: ‘Guarda, questa canzone la dobbiamo portare a ‘Sanremo”. Ma non tanto per vincere. Questo lo avevamo già capito. Lui in questa canzone ci ha creduto davvero tanto. Inizialmente non è stato facile coinvolgerlo nel progetto ma poi ha capito e ha compreso. Si è innamorato di questo pezzo quasi più di me. La canzone, alla fine, la sentiva proprio sua. E quindi è voluto andare a ‘Sanremo’ per far conoscere il brano a più persone possibili. A noi la gara non interessava. Lo abbiamo detto fin dall’inizio. Anche perché noi napoletani andiamo a ‘Sanremo’ con un atteggiamento diverso”. 

Mi è piaciuta la vostra attitudine. Voi ve ne siete fregati della classifica. “A noi – spiega – è interessato soltanto il poter dare voce alla nostra terra e a un certo tipo di persone. A ‘Sanremo’ spesso gli artisti pensano alla competizione e non a quello che rappresentano per le persone. Certo, è normale: vincere e bello. E’ innegabile. Anche noi saremmo stati contentissimi. Ma noi napoletani abbiamo un compito diverso. Noi rappresentiamo. Lo abbiamo fatto anche nel mondo dove ci siamo portati sulle spalle anche gli italiani”.

“Il problema – continua – è che poi in Italia, gli italiani questa cosa non la riconoscono più. ‘Tu vuò fa’ l’Americano’, per esempio, quando vai in giro per il mondo tutti dicono che è una bella canzone italiana. Poi a ‘Sanremo’ però ci dicono che non possiamo cantare in napoletano e tutti ci danno addosso. Però nel mondo con il napoletano abbiamo fatto la storia della musica italiana”.

Qualcuno vi ha criticato per il testo in napoletano? “Certo – risponde – All’inizio il pezzo era completamente in napoletano, ma… diciamo che per il ‘Festival’ abbiamo dovuto inserire delle parti in italiano”.

Il napoletano, in fondo, più che un dialetto è una vera e propria lingua. “Ma noi lo diciamo sempre – mi ferma subito – E’ ufficialmente una lingua. Io non sono neanche il classico napoletano che vuole andare a ‘Sanremo’ per parlare di Napoli e piangersi addosso. Non avrei mai portato una canzone del genere. Noi abbiamo portato una canzone di speranza e di amore. Abbiamo fatto quello che sappiamo fare. Non siamo andati a piangere. Siamo andati con un certo tipo di fierezza culturale e non con l’intento di impressionare la critica. Questo pezzo, d’altronde, non era stato concepito per ‘Sanremo’. Era nato come un semplice pezzo dell’album”. 

Quando sei salito per la prima volta sul palco del’Ariston cosa hai pensato? “In realtà… è come se mi si fossero aperti i polmoni. Come se avessi respirato di più. Era tanto che portavamo avanti il brano. E’ stato un premio arrivare su quel palco dopo tanta gavetta. Io è come se avessi vinto quando ho messo piede su quel palco. E’ stata una mia vittoria personale. Io senza Nino non sarei neanche andato nei ‘Big’. Su quel palco ho visto realizzato una parte del mio percorso. E’ stato un premio. Una vittoria”.

“Poi – racconta – da lì in poi mi sono lasciato andare e ho cercato di concentrarmi sul brano. Tutta l’esibizione in realtà è stata molto intima. Durante l’esibizione non ho pensato ai milioni di italiani che mi stavano vedendo da casa. Era più un discorso tra me e Nino. Ci stavamo cantando la canzone tra di noi”.

Una esibizione poco costruita e tanto emozionale… “Proprio così – mi confessa – nella seconda serata stavo per piangere. Emotivamente la canzone mi aveva preso molto. Ho rischiato tanto. E’ bello quando riesci a portare qualcosa di vero su un palco così grande. Anche Nino aveva la voce distrutta dall’emozione. Aveva paura come se fosse la sua prima volta su un palco. Sapeva che stava andando, non solo a sperimentare qualcosa, ma a giocarsi anche la mia di immagine. Era preoccupato come un padre. E tutto questo è stato molto vero. Poi tutto il resto è il contorno”.

Com’è nato il duetto con i “Sottotono”? Li avete fatti riunire… “Sì – ride – ho fatto due magie. Io sono sempre stato un loro fan. Vengo da questo background ‘Hip Hop’, ‘Soul’ e ‘R&B’. E in Italia i ‘Sottotono’ sono stati dei precursori in questi campi. ‘Big Fish’ ha anche prodotto il mio album. ‘Tormento’ anche lo conosco da tanti anni. Da 18 anni però non lavoravano insieme per scazzi loro. All’inizio, quando ho saputo dei duetti, l’ho buttata lì ma sapevo che li volevo e li ho martellati in tutti i modi. Alla fine la cosa che convince è sempre la musica. E come ho convinto Nino, sono riuscito a convincere anche loro”.

“E devo dire – continua – che al di là di tutto mi sono divertito tantissimo sul palco con loro. Quella performance, in fondo, era per me. Io ero attivo e passivo. Sul palco, oltre che cantante, ero anche spettatore. Mentre cantavo vedevo questi due colossi della musica duettare insieme. Porto sempre tanto rispetto per il passato e riconosco che loro due, Nino e i ‘Sottotono’ sono stati il mio background”.

Primo è arrivato Mahmood. Ti è piaciuta la canzone? “Grande – mi ferma subito – Noi abbiamo legato molto. Lui è super. Veramente una persona splendida. Mahmood è arrivato alle persone perché ha portato qualcosa di vero. E come tutta la bella musica è arrivata. Il pezzo è stato lavorato molto bene. Lui meritava di stare lì. Certo ‘Ultimo’ ha una fanbase enorme. Ma se la buttiamo sui voti noi non saremmo neanche dovuti arrivare ultimi, eravamo diciottesimi, ma lasciamo stare…”.

“Sono contento per Mahmood – spiega – perché lo merita. E’ un ragazzo limpido e profondo. Merita tutto il successo”.

Ci sono state tante polemiche per la classifica finale…. “Se ne potrebbe parlare per sempre – risponde – Io sono contento alla fine. ‘Ultimo’ uscendo dal Festival si farà il suo grande tour. Tutti avranno quello che meritano. Mahmood era tanto che cercava di imporsi ed è sempre stato sottovalutato. E adesso potrà far vedere a tutti quello che sa fare. ‘Ultimo’ anche se è arrivato secondo andrà comunque benissimo. Sono comunque tutti vincitori. Anche ‘Il Volo'”.

“A me – prosegue – è dispiaciuto per Loredana perché un’icona del genere, come Nino, che si mette ancora in gioco meritava di più. Ma sono contento per la vittoria di un giovane. Gli altri hanno avuto tanto. Adesso è il momento di far emergere anche i nuovi ‘Big'”.

Altra polemica del Festival è quella legata a “Rolls Royce” di Achille Lauro. Che idea ti sei fatto delle polemiche e della canzone? “La musica – mi spiega – è libertà di espressione. Non so se effettivamente volesse portare qualcosa di velato. Ma nella storia della musica, dai ‘Rolling Stones’ ai ‘Beatles’, si fa cosi. Adesso non possiamo fare i buonisti. Ora tutti vogliono fare del gossip e si gioca molto su queste cose. L’importante è non alimentare questo discorso delle droghe. Se nessuno se ne era accorto, perché evidenziare questa cosa? Quella roba lì viene da un epoca lontana. Non è che i ragazzini pensano che ‘Rolls Royce’ sia una droga. Sono le solite cose per fare polemica. Achille ha fatto un bel pezzo. E continuerà la sua carriera. Mi è piaciuto anche ‘Ghemon'”. Tu hai collaborato con lui… “E’ una penna incredibile – spiega – Un artista che stimo tantissimo”.

“Sottolineo però – e ride – l’affronto di far arrivare ultimo Nino D’Angelo. Noi la prendiamo bene ma.. non lo so”. C’è pregiudizio verso Napoli e il napoletano? “Noi sappiamo quello che pensano di noi. Far arrivare ultimo Nino D’Angelo è stato un affronto troppo grande. Se ci fossi stato solo io, lo avrei capito. Non ho presunzione. In fondo devo ancora crescere e fare un percorso. A me dispiace più per Nino e per quello che rappresenta. Ma va bene lo stesso. Siamo contenti. Sappiamo qual è stato il nostro compito”.

L’8 febbraio è uscito il tuo primo album: “Montecalvario (core senza paura)”. Come sei arrivato a questo titolo per l’album? “Montecalvario è il mio ritorno a casa. Tutto il disco è in napoletano. L’album è nato dopo un lungo periodo dove sono stato a Milano. Poi, quando sono tornato a casa, è come se avessi visto con altri occhi il mio quartiere. Ho assaporato più a fondo tante cose date magari per scontate. E’ stata un’ispirazione. Il primo pezzo è stato ‘Surdat’ poi sono uscite a ripetizione tutti i pezzi dell’album. Ho deciso di dare all’album il nome di casa mia. E’ una questione di appartenenza”.

Tu punti molto sull’identità. Usi il tuo nome. Il tuo cognome. Parli con la tua lingua: il napoletano. E il tuo primo album porta il nome del tuo quartiere. E’ questa una delle tue caratteristiche principali? “Sì – spiega – non porto nessuna maschera. Io sono questo e racconto al massimo la mia storia. Non pretendo che la gente mi debba capire per forza. Io mi esprimo. Poi puoi arrivare o no. Ma ho la necessità di fare questa cosa”.

Nell’album c’è una tua foto di fronte alla fermata metro “Toledo”. “Quella è proprio la fermata della metro dei Quartieri spagnoli. Io dico Montecalvario. Ma Montecalvario è i Quartieri spagnoli. Certo scrivere Montecalvario – ride – è più poetico. Poi Montecalvario è anche il nome della squadra di calcio locale. Ed è proprio la fermata che prendo sempre. L’ultima volta qualche giorno fa per andare in piazza Garibaldi. Anche se questa volta – ammette – avevo di più gli occhi addosso”.

Livio Cori e la stazione "Toledo".

Livio Cori e la stazione “Toledo”.

Hai notato più curiosità su di te dopo Sanremo? “Eh certo, certo – racconta – Per strada la gente ora mi ferma. Mi sento più gli occhi addosso. Anche in metro non era come tutte le altre volte. Ora ti chiedono le foto. Napoli si unisce quando un napoletano sale sul palco e rappresenta la città”.

“La stazione di Toledo – continua – è anche un posto artisticamente riconosciuto come una nostra eccellenza. Nel quartiere c’è anche eccellenza. E’ il cuore di Napoli. Infatti il sottotitolo è ‘core senza paura’ che vuole proprio sottolineare questo: un quartiere che malgrado tanti problemi va avanti in cerca di luce”. “Con il disco – spiega – voglio aiutare a dare anche più importanza alle cose belle del mio quartiere. Spesso il mio quartiere va sui giornali per la cronaca nera. Ma bisogna fare un discorso più generale. Tutto quello che succede a Napoli, succede anche a New York, a Berlino… forse non a Basilea – ride – Ma le metropoli sono queste. Anche Milano, dove ho vissuto, è tremenda per certe situazioni”.

Il disco si apre con “Via dei Mille” e si chiude con “Surdat”. Due canzoni che raccontano due Napoli diverse. Come mai questa scelta? “Bella vederla così – conferma – ‘Via dei Mille’ parla di un ragazzo che in fondo è lo stesso di ‘Surdat’ e di una ragazza di un’altra estrazione sociale. Perché poi a Napoli tutto questo si mischia. Napoli è un miscuglio come tanti altri posti. Ma la canzone non parla solo di Napoli. Parla di una generazione. Di un momento storico. ‘Via dei Mille’ è paragonabile a ‘Via Montenapoleone’ a Milano dove i ragazzi di quartiere vanno a sciacquarsi gli occhi davanti alle vetrine e poi magari incontrano le ragazze dei ‘quartieri bene’. Lei, materialista, nella canzone si invaghisce di un ragazzo semplice. Di quartiere. ‘Surdat’ è invece l’inno dei ragazzi di strada senza scelta e senza possibilità”.

“Core senza paura”. Come descriveresti questa canzone? “Quando nella canzone dico ‘oi nè’, quindi piccola o piccolo, mi sto riferendo a qualcuno da accudire. E’ come dire: piccola non avere paura. Ce la facciamo. Prendo tutte le situazioni negative e cerco di trasformale in positive. In fondo basta farci un po’ di coraggio per affrontare le cose più grosse”. Come è successo per te a ‘Sanremo’? “Esatto. Anche a ‘Sanremo’ mi sono dovuto fare molto coraggio. Nino è stato il primo a credere in me. D’altronde non ho manager e ho sempre fatto tutto da solo”.

“A casa mia”. La canzone racconta la storia di un migrante. Com’è nata? “Con molta onestà – mi spiega – ti dico che tutte le canzoni nascono da situazioni da me vissute. La sera prima che scrivessi questo pezzo ero a Milano e stavo parlando con una ragazza. Una ragazza che non era mai stata a Napoli. E io le dovevo spiegare com’era Napoli e che aria si respirava. Quali, insomma, erano le emozioni a stare lì. E ho detto, cazzo, come le spiego Napoli? Nel testo parlo con questa ragazza e le spiego tutto”.

“Poi – continua – prendo la palla al balzo e le dico che noi ci lamentiamo tanto dei migranti e li consideriamo invasori ma ci dimentichiamo che noi per primi siamo quelli che siamo andati in America, in Europa e abbiamo costruito grandi cose. Anche noi morivamo nelle navi che partivano per l’America. Anche allora i corpi venivano gettati in mare. Noi e i migranti di ora siamo esattamente la stessa cosa. Prendo questa canzone e la utilizzo per dire: guarda, amica mia, noi siamo questo e siamo anche simili a quelli a cui stiamo chiudendo le porte”.

“Il mio migliore amico, che tra l’altro è anche il dj che mi segue ovunque, è eritreo – spiega – So bene quanto sia difficile integrarsi. Parlo con cognizione di causa di questi argomenti. Noi napoletani, in fondo, siamo gli africani d’Italia”.

Qui hai anche sperimentato ritmiche diverse? “La ‘urban africana’ che va fortissimo in tutto il mondo. Era il modo migliore per accompagnare il testo”. A Sanremo si parlava delle critiche di Salvini a Baglioni? “Sono arrivato il giorno dopo le sue dichiarazioni – racconta – Credo che questo è un momento storico difficile. E adesso Salvini sta dando coraggio ai razzisti che prima si nascondevano. Tutti ora si sentono in diritto di parlare e di emarginare. E questo lo subiscono tutti: i migranti, i meridionali, gli omosessuali. Tutti coloro che sono, tra virgolette, diversi. Prendi quel titolo di ‘Libero’ sui gay. Tremendo. Quella roba là sono dieci passi indietro. Mahmood è italiano. Invece di spingere sull’integrazione noi evidenziamo che è di origine egiziana. In America, in Inghilterra, in Francia, quelli che hanno fatto grande la musica sono proprio i migranti”.

“Ma forse – continua – questa è ignoranza. Salvini credo sia molto ignorante. Io non lo perdonerò mai per quello che ha detto su Napoli. Non lo farò mai. Adesso vuole anche i voti. La politica poi gioca sull’ignoranza delle persone. L’italiano pensa così perché per vent’anni con Mediaset è stato plasmato. Il suo cervello è stato deformato. E’ stata una manipolazione di massa. Bisogna riconoscere in questo il talento di Berlusconi”.

L’ultima canzone è “Surdat” che fa parte della colonna sonora di “Gomorra”. Parteciperai alla nuova stagione di “Gomorra”? “Sì – conferma – stiamo chiudendo i doppiaggi finali proprio in questi giorni. E’ stata un’esperienza incredibile. Non avevo mai recitato e per me è il set è stato come un parco giochi. Bisogna ammettere che chi ha fatto il cast è andato a prendere le cose più vere di Napoli. Anche musicalmente”.

I “Mokadelic” – che firmano la colonna sonora di “Gomorra” – hanno detto che a Napoli l'”Hip Hop” è vita. “Loro hanno fatto un lavoro fantastico. Li stimo tanto. E concordo con loro. A Napoli la vecchia scuola di ‘Hip Hop’ ha fatto grandi cose. Napoli è molto ‘Hip Hop’. Come New York c’è molta contaminazione. Anche il neomelodico, come cultura, è molto ‘street’. La mentalità neomelodica è totalmente ‘Hip Hop’. E’ la voce dei quartieri. Dei quartieri di tutte le città. Anche delle borgate romane. Ho tanti amici romani che mi dicono che il neomelodico napoletano si sente anche nelle periferie di Roma”.

Come definiresti la nuova stagione con un aggettivo? “Un bel casino – ride – Un bel casino. Si mischiano le carte”. Ciro è morto o… no comment? “No, no – risponde – Ciro è morto. E’ morto. No comment sarebbe alludere ad altro ma no: Ciro è morto sul serio. Devo dire che Marco D’Amore in questa stagione si è rivelato un grande regista. E’ super. E’ nato per fare il regista”. Dal trailer sembra che ci dobbiamo aspettare tante novità e tanti effetti speciali? “Sì, sì – racconta – c’è una evoluzione maggiore. Il livello è altissimo. Ci saranno tanti nuovi personaggi. Devo dire che c’è… tanta roba. Si intreccerà ancora di più la trama”.

Nell’ultima foto dell’album ci sei tu, incappucciato… E qui mi ferma subito: “Non sono incappucciato – ride – incappucciato è… allusivo”. Nel muro c’è anche un poster di Maradona. Meglio Maradona o Nino D’Angelo? “Sono la stessa cosa. Anni fa – mi racconta – c’era un poster che girava per la città. A Napoli, c’era scritto, abbiamo tre cose di bello: Maradona, Nino D’Angelo e… la sfogliatella”. “C’erano questi cartelloni per tutta Napoli ai tempi di Maradona – continua – Stiamo parlando di due fenomeni. Sono anche molto amici ma… non si può scegliere tra i due”. Quanto ti dà fastidio quanto ti chiedono se sei “Liberato”? “Parecchio – ride – non per Liberato. Lo apprezzo. Ma ormai…”. E’ una ossessione? “Sì. La prendo a ridere e non ci posso fare niente”.

Sai che un foniatra ha anche messo a confronto la tua voce con quella di “Liberato”? “Ja, quel foniatra a un certo punto si troverà senza lavoro” e scoppia a ridere. “Mi spiace – continua – sto cercando in tutti modi di fargli arrivare questo messaggio in maniera tranquilla ma lui si ostina… Tutti cercando di prendersi un po’ i riflettori”.

Gianni Valentino, l’autore del libro “Io non sono LIBERATO”, è convinto che tu sia la voce di “Liberato”. “Per quanto gli possa volere bene, io a Gianni Valentino lo mando a fanculo un giorno sì… e l’altro pure”. E scoppia a ridere di nuovo. “Loro si divertono – spiega – Fin quando la cosa non mi rompe le palle, e già lo fa un po’, va bene così”. Hai paura che la cosa oscuri la tua musica? “La gente vuole il gossip. Io cerco più di mandare dei messaggi piuttosto che parlare di ‘Liberato'”. Ma in fondo è così importante saperlo? “Ma sono cose sue… Ognuno ha il suo gioco. Bella per lui…”.

Ora che progetti hai dopo “Sanremo”? “Adesso è uscito l’album. Ci saranno delle date. Napoli e Milano le prime. Poi ci saranno degli showcase e poi… voglio suonare. Il momento che preferisco è quando sono sul palco”. Senza cappuccio.

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